mercoledì 23 ottobre 2013

per sfortuna che c'è Pick

c'è confusione.
e nemmeno la brunetta dei ricchi e poveri può salvarci. 
c'è una epidemia di ansiogena inconsistenza ed approssimazione in ogni dove.
osservo per deformazione a-professionale le vite degli altri - soprattutto attraverso la rete - e quello che mi pervade è uno sconfortante,atomistico ed epidemico senso di confusione. 
ma non si tratta di quelle belle irregolarità esistenziali che fanno tanto mente brillante, genio e sregolatezza; nè tanto meno una diagnosticabile ossessione patologica del tipo disturbo compulsivo, che fa molto qualcuno volò sul nido del cuculo.
è piuttosto una latente e non meglio identificata alterazione sensoriale che ci fa camminare come tanti mr magoo nelle vite degli altri alla ricerca di una strada abbastanza nostra da non averne rigetto ma sufficientemente estranea da non essere troppo coinvolti.
è tutto molto "liquido", giusto per riciclare sempreverdi reminescenze sociologiche, tutto irrimediabilmente vitale ma senza troppo impegno o costanza. uno stato di crisi che altera la sua stessa condizione resistendo più a lungo dell'eccezionalità che etimologicamente gli garantiva plausibile esistenza. una scusa istituzionalizzata dallo spread, che diventa la migliore scorciatoia per ovviare a qualsivoglia sforzo o slancio definitorio che rischi di farci essere un po' meno alla moda, non sufficientemente indefiniti. non adeguatamente camaleotici. jamais!!!
contrapposta alla bulimina degli I like ora c'è l'anoressia della spontaneità e una incontenibile ansiogena propensione alla perdita di controllo. tante piccole e confuse vite costruite tra la propria esclusiva e personalissima crisi diffusa e stilosa e le perversioni più ancestrali dei biases attribuzionali.

domenica 6 ottobre 2013

in italia va tutto bene

il lavoro non c'è.
il cibo è avvelenato.
la politica ha dato forfait.
la benzina aumenta di continuo.
hanno tolto il futuro perfino dai libri di grammatica.
la crisi è il monotematico passepartout declinato in ogni dove.
il senso lo si trova solamente dentro un pomeriggio piovoso a casa, tra divano e plaid, con tè, torta appena sfornata, film in streaming e fantasiosi piani di fuga.
e finché continuiamo a ridere così, abbiamo ancora qualcosa da vivere.

martedì 10 settembre 2013

i poeti fanno credito.

ogni volta che la ritrovo mi viene voglia di rubarla.
l'ho ritrovata e calza perfettamente con l'ennesima volta che la mia testa è in modalità boh. e le mie parole in modalità bah.

Solo quando mangi un limone apprezzi davvero lo zucchero. La vita è un paradosso, ma lo è davvero? Le contraddizioni dentro e fuori di noi sono davvero una forma di dissonanza o solo un altro modo di chiamare l’armonia in un linguaggio ancora da scoprire, un linguaggio ancora da imparare, un linguaggio di cui siamo stati privati. Viviamo in un mondo sbagliato, ma non deve essere per forza così. Puoi essere un accademico ed arrivare a questa conclusione leggendo libri o puoi avere questa illuminazione ribelle svegliandoti nel tuo vomito. In un modo o nell’altro non puoi perdere, senza inferno non c’è paradiso, senza buio non c’è luce.
A.K. (Eugene Hutz; Sacro e Profano)


lunedì 2 settembre 2013

l'anno che verrà.

a settembre, come ogni anno, per quanto mi riguarda comincia l'anno.
anche quando non è mai abbastanza la tregua concessa tra una fine ed un inizio. quando l'estate è stata perfettamente troppo corta per essere sufficiente e assolutamente giusta il giusto per farsi mancare ancora un po', da costringersi in promesse mitomani per tempi migliori.
è settembre, è lunedì e non si può procrastinare.
colazione presto di malavoglia con broncio e piagnucolii, coccolati con pazienza dalla cosa bella di questo settembre. (e di tutti gli altri mesi dell'anno)
ci saranno matrimoni convegni partenze ritorni progetti prove viaggi pianti e risate; ci sarà il natale e un altro capodanno per quest'anno; ci saranno cose nuove e cose vecchie, ci sarà tutto quello che un anno deve avere, compreso un anno in più e quella vena sottile di adultità che si attacca addosso come le rughe, senza nemmeno avere il tempo di pensare a come vorrai essere da grande.
e per tutto quello che ci sarà in quest'anno, buon anno
e speriamo di avere abbastanza culo per campare
e altrettanto cuore per continuare a sognare.

mercoledì 24 luglio 2013

corri, forrest.

« Ora, in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto» (carroll)


vedo attorno a me tanti piccoli sudditi della regina rossa, impegnatissimi a correre come pazzi, senza spostarsi nemmeno di un microscopico, piccolo, insignificante, centimetro. 
corrono tutti come disperati, semplicemente per non restare indietro.
e qualcuno, ancor più audace e illuminato, finisce per correre il doppio con l'obiettivo di spostarsi, alla  fine, solo un po' più in là. ed essere così al di là dell'al di qua, che non si sa sostanzialmente bene dove sia.
guardato dal di fuori tutto questo accanimento agonistico non è un bel vedere.
dall'altro lato dello specchio di alice, questa maratona priva di logica non sembra assurda tanto nell'atto in sé, quanto nell'ingenua e ossessiva omologazione all'inutilità. 
irritante tautologia esistenziale per cui si finisce per correre solo perché si è in corsa. per il resto, spallucce. tant'è. 
e via. 
corri, forrest.
personalissimamente, ho una vertigine di estraneazione e il mio piccolo omino del cervello ha ceduto all'irresistibile voglia di dissentire dalla pratica orgiastica dell'omologazione al nulla.
mi si perdoni, ma io mi fermo un turno. 
e guardo tutti questi infiniti piccoli atleti correre verso nessuno sa cosa.
sia chiaro che nemmeno io lo so dove voglio andare. e non lo sa il mio omino. e non mi sento più brillante degli altri a dissentire contro l'argomentazione diffusa dell'ineluttabilità dei tempi e degli eventi.
ho dalla mia che so molto bene con chi voglio viaggiare e so altrettanto bene che nell'ovunquesia si arrivi, vorrò stanziarmici con un infinito sorriso idiota sulla faccia da regalare al mio straordinario sparring partner. 

per viaggi così tutto comincia semplicemente 
fermandosi e respirando.

domenica 9 giugno 2013

legittimo impedimento.


mi avvalgo a pieno titolo della facoltà di assentarmi dalla pazienza esistenziale.
perché togliere ad una vegetariana carboidrati, zuccheri, latte e derivati dalla propria dieta è tragico ed ironico come chiedere ad un bimbo di non mangiare i dolci della calza alla befana.
la saluteprimaditutto, è sacrosanta.
i vaffanculosubitodopo, il minimo sindacale.

sabato 8 giugno 2013

quattromenoventi.

alle tre del mattino non c'è niente di peggio che sapere che sono le tre del mattino.
perché se alle tre e diciassette del mattino sai che sono le tre e diciassette vuol dire che non stai dormendo e se tra quattro ore dovrai essere sveglio la cosa diventa oltremodo irritante.
la testa scoppia, i pensieri si accavallano, la convinta posizione snob e retrò  di non avere la televisione in casa si rivela in tutta la sua fragilità e viene revisionata alla luce del neonato autogoal di una tortura insonne. perché a quest'ora la rete è noiosa e lo streaming richiede una proattività che non concederesti nemmeno ad una vera emergenza. perché alle tre e venticinque del mattino l'unica cosa che emerge è la consapevolezza che stanotte tu e morfeo non vi incontrerete molto facilmente. e pensarci non fa che peggiorare la situazione. e il vino bevuto non aiuta. e le parole dette non coprono i pensieri pensati. e poi c'è tutto quello che si mette in quel punto dove la testa prende posto sul collo, che è lì che c'è l'area delle overdose cerebrali, secondo me.
quando quello che c'è è inadeguato a misurarsi con quello che serve la notte non ha riposi da regalare, così l'unica soluzione alle quattro meno venti del mattino è sentire ininterrottamente Michelle Featherstone.


domenica 2 giugno 2013

not in my brain

il mio cervello si dissocia.
si dissocia da tutto questo nichilismo.
si dissocia dall'esubero d'ansia che attanaglia questo tempo e questo spazio.
si dissocia dall'inconsistenza del demandare ad altri ruoli ed altri luoghi la propria responsabilità a vivere bene.
siamo la generazione fantasma.
non esistiamo perché siamo impegnati a capire il futuro che non c'è di quale passato vorrà vantarsi.
e ce ne andiamo, noi. ce ne andiamo dalle nostre vite.
speriamo nell'oasi di altri spazi e umori, meno logori e meno inconsistenti, dove andare a racimolare un po' di presente. e lo facciamo senza falsi miti, costretti come siamo a girare annichiliti con la frustrazione nelle tasche di quella ingombrante assenza del proprio sé, incastrato nelle radici recise ad un futuro vista mare.
chi parte pensa al calore che ha perso.
chi resta pensa al futuro a cui ha rinunciato.
nessuno vince, nessuno perde. sopravvive chi si ritaglia ora dopo ora il proprio metro quadro di bellità nelle priorità che si è dato per il presente.
vince chi si rifiuta di pensare che sia davvero tutto qui.
tanto è un gioco a somma zero quello della generazione fantasma, in cui non c'è più l'uomo tigre a combattere contro il male, né il grillo parlante a suggerire le risposte giuste. è un gioco d'intelligenza per cui non vince il più veloce, ma chi ha più pazienza.
ed è per questo che il mio cervello non ne vuole più sapere di tutta questa sciarada.
non c'è un rompicapo che valga il mio tempo. in qualunque tempo e modo voglia essere declinato quel qualunque contro-tempo che non mi permetta di ridere bene nel mio ora.

lunedì 20 maggio 2013

l'arte del disequilibrio

nei periodi di maremoto non ha molto senso cercare la riva. arrivarci sarebbe ugualmente impossibile.
sembra più sensato imparare a cavalcare le onde e trovare nuove abilità di equilibrio nel disequilibrio.

sabato 11 maggio 2013

valigie vecchie.

in casa, da sola. silenzio.
capita raramente che io sia in casa da sola in silenzio.
di questa casa il silenzio è una delle cose più preziose.
ma usualmente è il contorno. o ci sono le parole o la musica.
osservo le valigie su cui mi ha fatto riflettere ieri stani e mi ascolto lasciando che il silenzio mi stia ad ascoltare.
mi chiedo perchè mi piacciano tanto queste valigie vecchie a fare complemento di arredo. se è vero, come dicono, che trasmettono un senso di precarietà perchè le lascio dominare nella casa più casa che abbia mai avuto?
non è che non ci abbia mai pensato a certe cose, ma le valigie non le avevo mai viste come così evidentemente legate a tutte quelle riflessioni.
siamo arrivati qui da viaggi diversi lui ed io. l'instabilità è la nostra cifra personale. quello che differenziandoci molto ci accomuna è l'essere sempre stati alla ricerca di qualcos'altro. l'altro a prescindere. l'altro da quello che c'era. nella migliore delle situazioni entrava, subdolo e pervasivo, l'altro a farsi spazio dentro e a fare spazio fuori. e si ricominciava puntualmente dalla ricerca.
questa volta, in questa vertiginosa voglia di noi stiamo cercando parcheggio con l'animo di chi non è abituato a fermarsi.
è la prima cosa nella mia vita che vedo senza incertezza ed è con lo stupore delle scoperte che cauta e prudente non lascio andare l'abitudine alla fuga. non fuggirei mai da qui. ma sapere che c'è una valigia vecchia a ricordarmi che la mia natura instabile qui è in casa e non in prigione, in qualche modo mi fa sentire me anche diversa da me.

venerdì 3 maggio 2013

finalmente maggio

finalmente maggio.
caffè, computer, il divano di pelle che comincia a sentirsi inadeguato,
il sole bollente che entra dalla finestra spalancata mi riscalda giusto un braccio, un ginocchio e l'umore. riprendere pantaloncini e canotte è ogni anno il viaggio di Proust con la madeleine in La recherche, così che il cambio di stagione si trasforma in un inventario di ricordi e sensazioni.
segni tangibili di cambiamententi intangibili i vestiti che ho indossato la scorsa estate mi hanno portato esattamente dove sono ora. l'unico posto al mondo dove vorrei essere.
finalmente l'estate è arrivata e il verde del limone simone la rende quest'anno particolarmente benvenuta.

domenica 28 aprile 2013

feticismo time.

il contrabbasso poggiato al muro mi guarda fingendo indifferenza, è immenso e delicato che credo non esista strumento più affascinante.
la chitarra sul divano sa di non essere al posto giusto, ma sa anche che avendomi regalato la destrezza del primo rif della mia vita non le direi niente.
gli occhiali sul tavolo rischiano la loro vita ad ogni mio movimento, esattamente come l'ipad che è sempre dove non dovrebbe essere.
e il mac che si apre da solo, i quadri appena appesi dritti sul muro storto, gli accendini che sono ovunque, ma mai quando gli servono. e la tazza azzurra, il diapason, le cicche e tutti quei minuscoli particolari che portano ancora la traccia dei suoi movimenti in ogni stanza.
tutto il feticismo dei suoi oggetti in casa quando non c'è mi fa sorridere perfino la domenica pomeriggio.

domenica 21 aprile 2013

narrazioni

io me la ricordo mia nonna che ci parlava della guerra.
me la ricordo come fosse ora che raccontava, con la sua tagliente ironia, il quotidiano delle cose piccole dando a racconti di momenti drammatici la leggerezza della sua giovinezza.
ad oggi pensando a quei tempi viene l'angoscia. ci si concentra sulla fame, le bombe, la povertà, la paura. ma questo perchè così ce lo hanno descritto nei film e nei libri di storia.  e questo sicuramente per molti è stato. eppure dai racconti di mia nonna non erano questi gli umori rilevanti. non che fosse pazza, ma era creativa mia nonna. dalle sue parole napoletane perfino la carestia diventava una barzelletta. c'era nel romanzo della loro guerra la fila per il pane, ma il ricordo era legato al fatto che mia zia dora, la sorella piccola, veniva convinta dai fratelli a stare ore in fila anche per loro. "perchè tanto era bella e la facevano passare avanti". le sirene per le bombe e le corse dentro a montesanto erano il pensiero di non star vestita abbastanza bene: che sei poi incontrava il nonno, mica poteva scendere scomposta!? e poi c'era pure il coprifuoco! quello era l'intervento del nonno, però, che con il coprifuoco delle otto ci ha imparato il tedesco. per andare a fare "all'ammore" con mia nonna, lui faceva sempre tardi e ai tedeschi che lo fermavano doveva riuscire a spiegare le quesioni di cuore che erano dietro a quell'infrazione. e ridevano mentre raccontavano le cose loro due, "eldù ti ricordi quella volta.."eh lillì quanno maj ...era accussì..." e ridevamo tutti. la nausea per le patate mio nonno le aveva ancora quando raccontavano il romanzo della loro giovinezza, la fame, loro l'avevano vissuta. eppure quei racconti ironici, leggeri sono stati per me il più grande di tutti gli insegnamenti che mi hanno lasciato.
io non lo so come in concreto li hanno vissuti quei momenti assurdi. sono ben consapevole che l'edulcorazione dei ricordi ammortizza l'angoscia dell'istante, ma a noi nipoti, almeno nella mia testa di bambina quello che è rimasto è che perfino la guerra, vissuta nella valorizzazione delle cose piccole e degli affetti veri finisce per non fare paura. una crisi è una crisi se la vivi come tale, diversamente è una opportunità per darsi obiettivi concreti. mia nonna ha comprato il salottino d'epoca che adorava quando non avevano i soldi per mangiare. mio nonno studiava ancora e avevano già i figli. eppure lei a quel salottino non ha rinunciato. ma non ha fatto debiti, non ha fatto cazzate, ci ha creduto e basta. ha creduto che il brutto momento sarebbe passato e che il marito si sarebbe laureato e avrebbero avuto i soldi per il suo salottino. e convinse il negoziante a metterlo da parte. così, sulla parola. sulla speranza. ci ha messo due anni, se non ricordo male. ma il salottino è rimasto così come lei lo ha voluto fino ad oggi. memento del suo straordinario modo di vedere le cose. e poi mio nonno e la sua passione viscerale per napoli e per il suo lavoro. sento la sua voce che mi ripete: "eh, a nonno, la cultura non paga!". così damblè mentre eravamo a tavola o in altri momenti improbabili il suo flusso di pensieri usciva dalla bocca. e io lo guardavo e non gli credevo. non gli ho mai creduto a quella cosa lì della cultura. perchè era una cosa sola lui e i suoi libri e a me sembrava ap-pagato, decisamente molto ap-pagato tra le sue carte. e quei pazzi sognatori a me oltre il divano su cui sto scrivendo queste righe mi hanno lasciato l'assurda viscerale voglia di crederci che le cose alla fine sono belle. che come te le racconti può cambiare decisamente la realtà. che il rumore delle sirene per le bombe può essere la colonna sonora di una stroria d'amore e non in un film, nella vita vera.
mi hanno insegnato a sognare quei due folli. e ancora peggio, a crederci pure nei miei sogni ipertrofici.
e poi lui sta suonando una musica che tranquillizza la mia mente irrequieta. e mi fa star bene.
e poi napoli mi ha regalato il sole mentre era prevista pioggia.
il resto è storia, ma non quella dei libri e dei telegiornali.

sabato 13 aprile 2013

cose di periodi

la vita fuori da quinnipack diventa sempre più impegnativa, ma non è che io del mio pezzo di mondo fuori dal mondo mi sia dimenticata. è che non è che poi mi vada di restarne fuori nemmeno un minuto dalle cose che accadono, quelle belle e naturali e quelle meno belle e faticose. è che per raccontare tutto ci vuole tempo ed io il tempo per mettere in fila parole accurate non ne ho tanto in questa parte di anno. le immagini in questo periodo sono la sintesi perfetta della voglia di raccontare senza la complessità di formulare. ma non si possono fotografare tutti i pensieri con la stessa accuratezza con cui si possono raccontare. è questo il problema. è che c'è sempre troppo dietro. è che c'è tanto di complicato in mezzo. quella normale mai uguale quotidianità fatta del pudore spudorato dell'intimità, la serena sicurezza dell'amicalità e la stanchezza mio malgrado stimolante della professionalità. c'è lo yin e lo yang, che giocano a disequilibrare la perfezione. c'è tutta una vita, con la vita nel mezzo.

domenica 24 marzo 2013

febbrA

di notte un'ora dura molto di più. e se hai la febbre alta la notte è piena di ore lunghissime.
sono una quantità superiore alla mia pazienza di giorni che ho notti con ore lunghe, mal di testa e pelle bollente. l'effetto polmone d'acciaio del mio piumione non collabora a farmi accettare la cosa con sofrosiune. e non mi si venga a dire che è come una vacanza, perchè io, in vacanza se non dormo la notte non è per il malessere ma perchè mi diverto. e non mi si venga a dire di godermi il riposo perchè l'ansia delle cose da fare e di quelle che vorrei fare non si lascia abbindolare dalla tachipirina. e ci saranno le coccole e le arancie, il borotalco e lo streaming, le piantine e le carezze ad alleviare il percorso, ma la rabbia di essere bloccata dalla febbre a me nessuno me la farà passare. nemmeno il malox.

domenica 3 marzo 2013

quasi le sei

2 minuti alle sei della sera :) il mio orario preferito da qualche mese a questa parte. Che ci vediamo o meno, ogni giorno poco prima delle sei io penso che tra un po' saranno le sei e sorrido. :)

sabato 2 febbraio 2013

Proust sindrome

  Polvere. Tutto immobile. Il giornale di quel 16 novembre, la scorta di siringhe da insulina e quella di caramelle golia. Le bic nel "tiretto" e tutte quelle cose con la faccia di abitudine.  Gioco triste e perverso di inseguire i ricordi come una caccia al tesoro. Piccole conosciutissime sicurezze del suo quotidiano, che era anche il nostro.
Le "mappine" al loro posto.
Gli elastici al loro posto.
Le giarre al loro posto.
la lente di ingrandimento al suo posto. 
Ogni cosa è al suo posto. Ricordi. 
Polvere e vetri rotti a disturbare l'azione imbalsamatrice del tempo. 
Era ieri. 
È ieri oggi. 
Ma non ci sarebbe stata mai tanta polvere e tanto silenzio, se lo fosse davvero, ieri. 
La nostalgia si fa nodo d'acqua che sale agli occhi.
e ci si sente minuscoli da grandi nella casa della nonna, senza lei dentro.

giovedì 31 gennaio 2013

martedì 15 gennaio 2013

romantic mood

una giornata lunga che finalmente finisce.
il respiro nell'abbraccio che svuota la testa dai pensieri diurni.
le risate.
una radio che suona una canzone d'altri tempi
e un lento accennato tra la cucina nuova e il tavolo vecchio.

il sapore di buono.

domenica 13 gennaio 2013

provare per credere.

credo fermamente nelle cose sincere.
credo fermamente nelle basi solide.
credo fermamente nelle reti resistenti.
credo indiscutibilmente che serva cura nelle cose importanti e che l'unica soluzione - sempre, comunque e dovunque - sia parlare. ma non un parlare qualunque, quanto piuttosto quel parlare vero, di stomaco, di testa e di cuore che con pochi puoi concederti, ma che è l'unica cosa per cui sia necessaria pazienza e attenzione.
credo fermamente che le cose non siano mai semplici per loro propria natura. niente che valga la pena è intrinsecamente lineare. le cose possono essere spontanee, ma non semplici. e quindi credo che semplificare sia difficile altrettanto quando sia assolutamente fondamentale provare a farlo.
credo che, in generale, sia tutto sufficientemente difficile, quel tanto da farti sentire certe volte le sabbie mobili alle caviglie e credo che questa sia una motivazione di per sè valida per volere volare quando e come si può.
credo che le cose belle diventino tali con lo sguardo bello, che non ha a che fare con gli occhi, ma con la voglia di un abbraccio ai pensieri e varie carezze all'anima.

martedì 8 gennaio 2013

senZazioni

ci sono ancora scatoloni per casa mentre arriva lei, quella sensazione lì, che io sapevo che sarebbe arrivata, ad un certo punto.
dai cartoni escono oggetti non miei, che hanno dietro e dentro una storia non mia, che hanno abitato case in cui non c'ero e che hanno un passato in cui non esistevo.
ci sono valigie che non riconosco, vestiti nell'armadio che non avevo mai visto prima.
e penso a loro che guardano la mia invadente occupazione degli spazi con la stessa perplessità di uno straniero in terra straniera.
era prevedibile che sarebbe arrivata, ad un certo punto,  quella sensazione che non potevo conoscere, ma che sapevo sarebbe arrivata.
io sono una piena di cose. perchè in ognuna c'è un po' di storia e a me, la storia piace portarmela dietro. ho cambiato quattro case fino ad ora e in ognuna ho sempre portato tutta la testuggine dietro. perchè mi piace sentirmi a casa in qualunque casa abiti. e ho sempre riconosciuto nei miei oggetti i miei tempi e i miei modi. perchè i miei spazi materiali, da quando abito sola, sono sempre stati la versione esternalizzata del mio spazio interiore. e ora nella casa che è la più casa di tutte, le mie cose familiari, testimoni privilegiate degli ultimi quattro anni della mia vita scomposta, cercano compostamente posto ed equilibrio con nuove convivenze. loro, abituate alla mia indipendenza, alla mia solitudine, alla mia selettiva socialità, mi vedono ora resettare autonomie a garanzia di quel "qualcosa" che ci ha trascinato incoscienti e sicure dentro questa grande e grossa nuova cosa della casa e delle cose che velocissimamente diventano tante e imprevedibilmente condivise.
e mentre da una parte una cucina rossa giura che i miei sogni possono facilmente parlare plurale e dall'altra un sogno che spero mi riguardi accompagna un sonno in attesa del mio arrivo, è nell'unica stanza ancora in costruzione che io mantengo la continuità col mio consueto insonne pensiero in esubero.

mercoledì 2 gennaio 2013

duemilacredici.

ed è arrivato senza che avessi il tempo di accorgermene questo duemilatredici.
arrivato mentre un anno finiva e iniziavano una serie infinita di cose belle e grandi, nuove e immense. pure quelle piccole di tre chili e venti.
cose di uno splendore che ti fa venire la voglia di crederci che il duemilatredici possa essere davvero un bell'anno. pieno di altrettante cose belle, grandi e piccole; di tante infinte altre prime volte, di nuove abitudini e pensieri felici che coprono le piccole macchie di imprevisti che pure ci devono stare, perchè perfetto è quello che ha tutto, pure gli imprevisti. ma quando hai certe cose belle e immense come questi piccoli grandi "qualcosa" di splendore, il pensiero felice è garanzia di bellità.
alle spalle e senza il tempo di salutarlo per bene se n'è andato un anno intenso, uscito di scena distrattamente tra un avvitatore elettrico, un bacio ed un ciucciotto. un anno di prove ed errori. un anno di cose difficilissime e di altre impressionantemente facili. un anno che sono sembrati vari decenni, ma che si è fatto volere un bene immenso proprio per tutte le cose che si è fatto entrare dentro.

e nel cambio turno di anno in anno, poche cose non devono mai cambiare e sono il tempo con le mie persone belle che sono la base su cui le cose che accadono prendono la forma più adatta di mai.

che anche il vostro duemilatredici sia pieno di questa magica sensazione di infinito.
eppiniuiar to you.

rosso di sera buon tempo di spera.

c'era una volta una cucina rossa...

perché nella mia favola in potenza c'è sempre stata una cucina rossa.
ed ora una cucina rossa è esattamente vicino all'ingresso di quella casa che si è fatta trovare assecondando impunemente l'impaziente voglia di totalità che ha fatto della favola in potenza una vita in atto.
c'era una volta, ma dicono ci sia ancora... una cucina rossa e nuovi inizi di qualcosa in vicolo malatesta.