venerdì 31 dicembre 2010

mercoledì 29 dicembre 2010

(s)venire a patti con i fatti

il vuoto della testa che si impossessa del corpo.
la voglia di lasciarsi andare,
l'istinto di desistere,
l'esigenza di fermarsi,
la sensazione di essere intrappolati nel nulla.
svegliarsi e svenire.
il corpo che fa con violenza quello che la testa non gli vuole concedere.



lunedì 27 dicembre 2010

domande lecite.


e lei gli chiese:
mi regali la felicità?
lui si guardò le mani, non le rispose e andò oltre.




sabato 25 dicembre 2010

a che ora è la felicità?

il mio cane sa aspettare e quindi aspetta, anche a lungo, senza scomporsi.
al massimo sbatte velocemente la coda quando sente che sta per arrivare.
ma tendenzialmente aspetta che arrivi.
perchè il mio cane lo sa che ad una certa ora arriva sempre, la felicità.
e pure io, come il mio cane, aspetto che arrivi.
perchè ci voglio credere che ad un certo punto arriva, la felicità.
ho le lancette della pazienza rotte, ma so che ad una certa ora passerà anche di qui .
e nel frattempo aspetto.

una notte senza parole

perchè non ce ne sono di parole per descrivere quello che ho nella testa questa notte.
non ci sono parole che lo dicano bene questo caos calmo che sento,
che lo dicano bene questo misto di rabbia e di resa, questo misto di serenità e tristezza.
non le hanno inventate le parole che combacino con questi autistici pensieri che significato lo hanno solo per me.
il mio problema non ha bisogno di parole. e a me sta bene, stanotte, che non ci siano parole per dirlo,
perchè è solo mio e a me non occorre che lo racconti.
e fuori va esattamente come deve andare. tutto perfettamente come deve andare. con altre tante parole da sprecare in altri tanti pensieri condivisibili.
invece stanotte va bene così, solo per stanotte e solo per me, va bene che sia una notte senza parole.


venerdì 24 dicembre 2010

buonnataleame

Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia. Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza. (antoine de saint-exupery )

mercoledì 15 dicembre 2010

in vino veritas

"quando un vaso di coccio sbatte contro uno di ferro quale credi cha vada in frantumi?"
eravamo a cena, c'era il vino, c'era la pasta, c'era la musica di verdi ed una tangibile vivienza. si parlava della continuità tra parola ed azione ed alla mia ingenua perplessità su quale fosse più affidabile in caso di discrepanza, se l'azione o la parola, ecco un uomo con la faccia d'esperienza, abbastanza estraneo da essere efficace, che placido ed ignaro mi regala l'immagine più convincente di sempre. uno scontro inevitabile quello che tra la realtà concreta e quella raccontata conduce all'indiscutibile prevalere dell'azione. l'essere umano non riesce a comportarsi diversamente da come pensa, quello che dice è evanescente come l'aria che accompagna il movimento delle labbra. le parole hanno perso il loro incanto. le parole hanno perso la loro credibilità.
non stasera, però, che le parole sono state portagoniste di uno straordinario spettacolo di leggerezza e complessità, in una salsamenteria dove la filosofia morale ha incontrato la psicologia sociale attorno ad un tavolo in cui si confondono detti e non detti. in cui l'agire l' intrattenimento coincide con il desiderio di continuare ad esserci in quel frangente di esistenza. con l'avvincente sospensione delle serate senza pretese, quelle in cui inciampi imprevedibilmente con un po' di stanchezza addosso e la voglia di far finire la giornata e che si prolungano nel desiderio di durarsi il più possibile.
e io le adoro le serate così.

martedì 14 dicembre 2010

e che poi fa pure freddo.

che poi forse è vero che la maggior parte delle cose sono più semplici di quello che sembra e a cercar ragioni ed a cercar coerenze ci si perde il senso dell'evidenza. tutto è come sembra. tutto è come appare. nè più, nè meno. fantasticherie superflue sono ragnatele esistenziali. e farei bene a farmi tornar la voglia e la ragione di incastrarmici in quelle analisi meccanicistiche di felicità, lasciando le derive romantiche autoreferenziali ed autistiche parlare con la verità vera.
sarei curiosa di sapere cosa si direbbero evidenza e speranza, loro che parlano lingue diverse. che poi lo so che il problema è che ho concesso anche troppo alle mie stupidità, ma è che stasera sono stanca ed ho fame. ho la coda gelata e le zampe gelate. ma so anche che ho voglia di lasciar fare a pongo, che mi prenderà per il collare e mi porterà al posto dove devo stare, nella verità vera, faccia a faccia con le cose vere.
ma non c'è altro. il problema è solo che fa freddo ed i pensieri mi si congelano. solo quello.

lunedì 13 dicembre 2010

outlier

ieri notte a margine di schizzofrenici deliri, sono stata testimone del parto di una mente indiscutibilmente addestrata ai numeri che ha imporvvisato un dettagliato progetto meccanicistico di felicità, con l'esplicito intento di far dormire le persone. ho attentamente seguito la riflessione sull'inconsistenza del caos nell'analisi deterministica della felicità funzionale. il dottor cinismo ha cercato di dimostrarmi con accurate ed affascinanti conferme statistiche e teorie stocastiche che tutto quello che va oltre i bisogni ancestrali è un pletorico quanto pericoloso arredo mentale costruito dalla fabbrica del romanticismo per rendere più imprevedibile il prevedibilissimo fluire degli eventi. al di là del ricorrere di certi toni in cui le mie piscoattitudini riconoscono il punto in cui l'iniezione di cinismo indotto è stata procurata da quelle cause che si cerca di eliminare dalle proprie griglie interpretative, devo ammettere che il discorso non faceva una piega. e se non fossi così testardamente attaccata alle mie psicotiche istanze da sturm und drang, mi verrebbe quasi voglia che esistesse un così organico progetto di felicità dove l'imprevedibile diventa definibile.
e ricorre di recente nelle mie interazioni col sesso opposto una costante che riconosco nella frase di freud: L'uomo moderno ha barattato un po' della sua felicità in cambio della sicurezza.

domenica 12 dicembre 2010

risvegli da cani

il ritorno all'incubo ricorrente in quel frangente di sonno rubato alla consueta notte insonne, sarebbe stato decisamente un cattivo buon giorno se non ci fosse stata lei, la mia amori grande pronta a leccarmi via le ansie di un orrendo risveglio. invadente e prepotente, per mia fortuna, era lì a schiacciarmi tra la sua panciona ed il muro, in attesa che aprissi solo gli occhi per cominciare la pratica delle attenzioni mattutine.
ci sono momenti in cui ho la precisa sensazione che le mie cane, solo loro, abbiano davvero tutte le risposte.

sabato 11 dicembre 2010

centrifugando i pensieri

mentre il bucato girava io fissavo l'oblò di quella lavatrice gigante e pensavo che, forse, avrei potuto aggiungerci anche i miei pensieri al lavaggio. dovrebbero inventarla una lavanderia pubblica per le menti usate. mezz'ora per lavare, mezz'ora per asciugare ed i pensieri sarebbero usciti caldi e profumati esattamente come i panni della lavatrice a gettoni. non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di stirarli. già lì, lindi e pinti senza le tossine degli sbagli che non si candeggiano mai abbastanza. perchè io non lo posso lavare il mio passato, perchè i miei pensieri me li devo tenere con la puzza di inevitabile che ha la vita quando non va dove volevi che andasse.
e nelle lavanderie pubbliche, quando il bucato gira e la tua vita è ferma, vorresti metterti tu dentro quella macchina enorme e lasciarti centrifugare l'anima.

venerdì 10 dicembre 2010

con dei sogni nella testa.



"dimmi che cosa vuoi che faccia, dimmelo"

"non lo so, magari potresti accarezzarmi i capelli..."

giovedì 9 dicembre 2010

the grinch

quel ciccione panzone mangia biscotti di babbo natale mi ha tradita. quest'anno nel mio tugurio il natale non entrerà. almeno lì. ho bisogno di un angolo nel mondo che sia immune da questi giorni luccicosi bianchi e rossi, giorni che stavolta più che mai pesano come una decorazione pacchiana su un albero spennacchiato. sto cucendo un sorriso per gli amici e la mia più splendente resistenza per arrivare a gennaio con il minor rumore possibile, ma io sono una pessima sartina.
e indiscutibilmente, quest'anno d'amputazione, io odio il natale.

mercoledì 8 dicembre 2010

come veder fantasmi.


occhi sbarrati, parole vuote, pensieri goffi, estraneità e disagi in gran rispolvero. la sorpresa, il sangue alla testa, la bomba nello stomaco, liquidi indesiderati che si avventurano nei bulbi oculari e restano lì come la muffa. il pensiero sciocco di essere pronti. il pensiero ridicolo di esserne usciti. i troppi pensieri che si annidano tra il nodo in gola e la tua vita, quella che pensavi potesse davvero essere ricominciata. e che senza ancora una volta sembra non avere senso.
ti dicono che è normale. ti dicono che non è originale.
ti dici che non ce la fai. ti dici che se ce l'ha fatta lui, forse, ce la farai anche tu.

"in fondo non so se ce l'ho con te più per il male che ti ho fatto o per quello che tu hai fatto a me" (La signora della porta accanto, Truffaut)



(perchè lo so che è di battisti, ma a me piace la versione della OXA)

lunedì 6 dicembre 2010

citazionismi

miasorellachemitirasu:

"perchè non si muore per un culo che abbiamo al posto del cuore.
perchè un culo è.
vorrei ricordartelo.
il cuore è un muscolo come lo è lo sfintere.
solo molto sopravvalutato"


Edi Lavorochefai, Manuale d'antiamore, salerno 2010

guardiani del sonno

stanotte mi addormento con un guardiano del sonno, stanziato nel tugurio per farsi argine delle mie follie, delle mie ossessioni, dei miei eccessi. il guardiano stanotte ha deciso di non muoversi da qui, ha deciso di restare a vegliare sui miei scompensi emotivi in compagnia di un'indicibile pesantezza esistenziale e di una testa totalmente svuotata dalla centrifuga di confusioni che ha macerato nelle ultime ore.
pieni e vuoti, azione e non azione, ragione e torto, passato e presente, giusto e sbagliato.
nel palleggiarsi alienante di sterirli contrapposizioni, resto immobile, mi lascio guidare da chi lucidamente, forse, può vedere meglio di me quello che io probabilmente non voglio, più che non riesco, a vedere. lascio fare a chi ha deciso di accompagnarmi fino a domani mattina, quando tutto sarà di nuovo chiaro. fino a domani, quando i toni dell'intorno non saranno filtrati dall'opaco vetro dell'imponderabilità del caso.fino a domani quando la mia leggerezza non sarà graffiata dalla violenza incolpevole del caos. fino a domani, quando un nuovo sorriso preso dal cassetto del necessario vivere verrà stirato sulla mia bella faccia, sopra quel trucco abbondante che non contiene più la stanchezza dei miei pensieri superflui.

sabato 4 dicembre 2010

tampona-menti

è stato un attimo ed in quell'attimo il cervello mi si è spento. letteralmente. ho sentito solo l'urto e poi più nulla. confusione. l'autostrada era particolarmente buia ed io con il consueto e supponente controllo del multitasking straparlavo al telefono, colpevolmente distratta per riempire il silenzio della radio rubata. la certezza di non aver fatto nulla di sbagliato non razionalizzava l'evento che si stava verificando. qualcosa mi aveva urtato. era buio, i vetri erano appannati e la vista come al solito inefficiente. per qualche secondo non ho capito assolutamente nulla. ho avuto solo tanta paura. confusione, spaesamento e paura. lentamente ho accostato sulla corsia di emergenza e per qualche secondo sono rimasta seduta con la testa che mi faceva male fra le mani, mentre nel collo e nella schiena rimbombavano eco del colpo ricevuto. pochi secondi credo, ma il cuore tachicardico non mi dava tregua. tremavo. ho pensato solo a respirare. calmarmi e respirare. del tutto aliena alla mia lucidità. ho aperto la porta ed ho sentito la macchina dietro urlarmi di non scendere e di raggiungere la piazzola di sosta poco più avanti. non mi ero resa conto che stavo per scendere sull'autostrada. ero spaventata e tramante ancora. il telefono squillava mia sorella allarmata aveva ricevuto un sms che l'avvertiva dell'incidente. tutto concorreva a confondermi di più. non era un miracolo, ma solo il mistero della fede di una tecnologia a me oscura: la scatola nera. nemmeno sapevo che l'avessimo. tutto il dopo non ha importanza. tutto l'evento è in quei secondi tra il momento e la sua elaborazione. sono attimi, sono frazioni di attenzione in cui la logica perde la sua logica sopravanzata dalle sensazioni e dagli umori. in quegli istanti si diventa pura emozione. è l'accelerazione cardiaca a comandare il cervello. proagonista indiscusso il rumore dei battiti che intensifica il respiro. il sangue non arriva al cervello e si abdica il contatto con se stessi. non ricordo di aver colpito con la testa il volante eppure ora mi fa male la fronte. un bernoccolo spuntato dal nulla mi ricorda che non ho il controllo su tutto.

giovedì 2 dicembre 2010

buongiorno notte

e ancora per un'altra notte, mi trovo ad augurare il buongiorno alla buonanotte,.
mi infilo sotto il piumone pesante, in mezzo a coperte gelate, lasciandomi accompagnare nel sogno da un sorriso rubato all'eco di parole nate in una imprevista serata senza pretese e lasciandomi addormentare da pensieri sornioni che si avvinghiano allo scaldino come attinie congelate. giornate intense, strabordanti di evenienze, notti lunghe di instancabili veglie.


lunedì 29 novembre 2010

Caosmosi

ho trovato la soluzione.
o per la verità, ho trovato il problema:
se avessi saputo prima che in una piccola formula c'era la spiegazione di ogni mio dilemma, credo che gran parte del mio tempo lo avrei speso diversamente, magari a fare giardinaggio o a contare le gocce che possono scendere dal mio rubinetto rotto in un'intera ora, piuttosto che pensare. piuttosto che studiare la mente umana, piuttosto che cercare risposte alla non-linearità dei miei inspiegabili avvenimenti.
molto probabilmente se avessi riflettuto prima su questo principio, mi sarei affaccendata di meno a tentare di capire. non capendo che era proprio in quel fatuo razionalizzare il punto: non c'è niente da capire. solo puro, semplice, imprevedibilissimo CAOS.
ho sempre cercato una linearità negli eventi, vittima dell'euristica della controfattualità. ho sempre costretto gli eventi all'interno di uno sciocco pensiero ipotetico del genere Se/Allora. ignara che è nella sbarra il nodo da sciogliere. nella sbarra il limite delle mie tormentate incomprensioni. è proprio nella sbarra il caos. è proprio lì, tra il se e l'allora.
"l'apparente impredicibilità delle traiettorie comporta che un piccolo errore nella conoscenza dello stato del sistema in un certo istante possa provocare un errore anche grande nelle previsioni a medio e lungo termine".
basta un solo istante. basta un solo particolare.
e le traiettore cambiano.

domenica 28 novembre 2010

giornate di (immuno)deficienza

e la mia incurabile malattia.

così prende, quella mia malattia. con fitte violente ed ingestibili. eppure ormai ho imparato in qualche modo. ho imparato che devono solo passare, questi giorni così. sono giorni di stanchezza assurda e depressiva, di una totale mancanza di lucidità, scrive qualcuno molto più bravo di me. ed è proprio così che sono queste ore di sterile stallo esistenziale. arrivano senza preavviso, quando appena appena mi distraggo un attimo dal resto di questa mia vita più veloce di me, le trovo lì in agguato ad accompagnare un tempo in sospeso che blocca il tempo del mio vivere. autolesionismi travestiti da un'apparente ricaduta. niente di grave, solo la deficienza dell'immunodeficienza da certi pensieri. ma si impara anche a riconoscere il diverso nell'eterno ritorno dell'uguale. ci si abitua a riconoscere quando anche questi stanchi pensieri hanno cominciato, svuotati, a perder consistenza. solo confuse emozioni. disordini emotivi, per la verità. solo rumore. il rumore di fondo del big bang.


sabato 27 novembre 2010

come fuori luogo

luoghi familiari che strapazzano la mia mente.
luoghi al sapore di passato che non riesco più a dosare nel presente.
un passato che non ricordo più di aver vissuto si insinua nel mio tempo e mi mette disagio.
come un fastidioso dejavù cammino inquieta tra strade che amo e rinnego, sentendo cose che non voglio non sentire, ma che so non interessarmi. sono nel limbo del non più e del non ancora. sono in balia di un voler esserci, ma senza starci.
avverto forte un'inquietudine, incapace di conciliare tempi e pensieri che parlano mondi diversi.
la mia città mi tormenta.



venerdì 26 novembre 2010

caffè cornetto e bellità

ci sono giorni che il buongiorno è piacevolmente invadente.
sono quei giorni che nemmeno il maltempo riesce a guastare la gustosa bellità delle cose che si insinuano sorprendentemente tra te e la tua vita.
faccio loro posto molto volentieri.
la bellità delle cose che arrivano come regali al contempo inattesi e meritati ha il sapore della schiuma del primo cappuccino della giornata e del buonumore al sorriso scemo sotto la pioggia.

buongiorno e buonafortuna a tutti.

giovedì 25 novembre 2010

psicologia delle disattitudini esistenziali (ma in letteratura, però)

per la parte letteraria dell’esame di dottorato ho scelto di portare la psicologia dell’inetto di svevo. indiscutibilmente affascinante la capacità dell’incapace esistenziale di sguazzare nelle sue procurate infelicità ed esaltarsi per i tiepidi equilibri delle sue presunte serenità. eroe del nulla,
l’inetto sveviano di fronte alla vita reagisce con tutta la sua più talentuosa inadeguatezza. le sue scelte sono tutte consapevolmente orientate a mantenere lo status quo di mediocrità che lo rende orgoglioso del suo non-misurarsi con qualunque cosa gli richieda di uscire dal suo ruolo di impiegato del vivere. pur di non sbilanciarsi in una ingestibile pallida speranza di felicità, decide di languire in quell’equilibrata ordinaria insoddisfazione per non-si-sa-bene-cosa, che è l’unica realtà con cui riesce a confrontarsi. talentuoso incapace, nell’incoscienza della sua inettitudine, l’inetto cade sempre in piedi, evitando puntualmente faticosi confronti con delle riflessioni che non saprebbe comunque tradurre costruttivamente a se stesso. disarmante in quella sua ottusa deficienza sociale che è indubbiamente la sua stessa fortuna. invidiabile, a tratti.

eccezionale, svevo, ad inventare un personaggio così.
trenta e lode anche lui.

lunedì 22 novembre 2010

una notte come tante altre

lo stereo risuona musiche romantiche e demodè, il deumidificatore rumoreggia apprezzabile sinfonia di salvezza, il bonsai rinverdisce per la ritrovata compagnia, il bollitore sostituisce a fatica il fornello sgassato, lo scaldino mi coccola la pancia dolorante, lo schermo riflette le parole a cui dovrei pensare, le candele si muovono al ritmo che vorrei dare ai miei respiri.
è saltata l'ennesima lampadina, però ho un nuovo lumino.
è una notte come tante altre nel tugurio, in cui l'insonnia e gli impegni mi fanno compagnia.
è una notte in più verso o attraverso.
con o senza devo ancora capirlo.
di pieno o di vuoto devo ancora deciderlo.
è una notte come tante altre nel tugurio, eppure...

domenica 21 novembre 2010

esòsoddisfazioni :)

Sehnsucht – a video and film screening curated by ELDA ORETO

Artists:

Bianco-Valente, Nicolas Cilins, Francesco Jodice, Ilja Karilampi, Marko Lulic, Vanja Mervic, Jonas Mekas, Warren Neidich, Pennacchio Argentato, Giulia Piscitelli, Moira Ricci, Ciro Vitale, Jordan Wolfson

Opening: Thursday, December 2, 2010 6-10 p.m.

c/o uqbar, Schwedenstrasse 16, 13357 Berlin (U8/U9/M13 Osloer Straße)

We are sorry for cross-postings.


per chiunque si trovasse a passeggiare per le strade di berlino il due dicembre, non esiti a visitare il videoscrining curato della mia giovane e talentuosa cugina. un vulcano napoletano che per il momento regala a berlino la sua creatività, con una contagiosa passione per l'esistenza ed una leggerezza esistenziale preziosa e quanto mai unica.

sarà uno spettacolo da non perdere.

mercoledì 17 novembre 2010

quello spazio lì

perchè c'è uno spazio, uno spazio di te nel nuovo e del nuovo in te che è come uno spazio tra due universi paralleli. ha il colore del buio, il rumore della notte, il senso della luce. lo spazio del tutto possibile. quello spazio in cui ti muovi piano per non inciampare nell'imprevisto, consapevole che senza urtarci in quel prevedibile imprevisto, non avresti modo di conoscere quello in cui hai voglia di riconoscerti. quello spazio che si allarga piano dentro di te cercando un luogo in mezzo alle tue cianfrusaglie esistenziali dove poter attecchire ed attaccare le sue spine emotive. in quello spazio lì è divertente destabilizzarti, provarti e ritrovarti. in quello spazio lì è bello riconoscersi sempre. perchè nel mutevole l'immutabile è garanzia di qualità.

Il futuro condizionale

il nostro tempo ci ha regalato un nuovo tempo, misurabile solo con un quadrante analogico senza lancette o con una clessidra senza sabbia o in percentili di un totale che non fa cento: il futuro condizionale. con spontanei ed imprevedibili latinismi ci destreggiamo in ipotetiche dell’irrealtà descrivendoci in progettualità il più delle volte inconsistenti. perchè ci hanno allevato a spot e sogni e ci troviamo, belli come solo gli OGM sanno essere, con poco altro oltre quei sogni ed ossessivi jingle nella testa. ci hanno allevato alla perifrastica: mai abbastanza pronti a definirci nel presente, gerundiamo nell’intenzionalità di quello che un giorno, forse, sarà il presente. ma allora, certamente, ci sarà un altro condizionale da declinare. perché costruire nella flessibilità è la skill che ci chiedono già in ostetricia quando ad aspettarci fuori dalla pancia della mamma c’è non si sa più con certezza chi. è la nostra nuova specializzazione a cui nessuno pare volersi iscrivere. è l’ingegneria della liquidità la nostra competenza più importante da quando la terra sotto i piedi ha preso a muoversi come un tapis roulant impazzito. a restar saldi ci si sente folli. in questo continuo fluire di possibilità in divenire. imparare a camminare a carponi quando tutti corrono ed imparare a star zitti quando tutti parlano. à rebour, la soluzione.

io, nel frattempo continuo ad esercitarmi ogni mattina a pensare ad almeno sette cose impossibili. chissà che magari,un giorno forse.

domenica 14 novembre 2010

e lei fra di noi.

avevamo deciso di farci un bagno.
non ci capita spesso di avere la vasca a disposizione.
così, all'improvviso, è stato un tutt'uno il pensiero con l'azione. abbiamo interrotto damblè le nostre attività e siamo andati a prepare un rilassante e fumante bagno caldo pieno di schiuma e candele profumate.
l'odore morbido del muschio bianco, il rumore carezzevole dello scroscio dell'acqua, il vapore bollente che appanava gli specchi. tutto perfetto.
ho cominciato a spogliarlo, lentamente e distrattamente. non pensavo a nulla. solo a quel momento di totale e meritato abbandono.
l'acqua calda, la testa vuota, le creme profumate. il solo desiderio di dedicargli un po' di tempo e un po' di attenzioni. mai abbastanza, per lui che mi sopporta. mai abbastanza, per lui che mi accompagna.
non so precisamente come siamo arrivati a quel punto. non ricordo come sia potuto accadere che il più bel massaggio di sempre sia degenerato così.
non so com'è capitato che sia arrivata lei a rompere l'idillio. inaspettata, indesiderata, ingombrate. lui non me ne aveva mai fatto accorgere prima. complice, forse, quel tugurio omertoso, non mi ero mai accorta della sua presenza. eppure lei c'è, ora lo so.
lui
l'ha portata tra di noi.
lei, la cellulite, ha instaurato una relazione complicata con lui, il mio corpo.
ed ora tra noi tutto è cambiato.
solo la somatoline, forse, potrà salvare la nostra già contorta relazione.

lunedì 1 novembre 2010

Lin Sogna

ci sono notti che la notte non riesci a dormire.
non c'è un motivo, non c'è un pensiero.
semplicemente è la notte che vuole compagnia.
e tu non puoi far altro che restare lì con lei.
le notti così è inutile stringere gli occhi sperando che incastrino il sonno.
le notti così devono solo trascorrere.
e quella stanchezza che si poggia tra testa e le pupille puoi solo massaggiarla con la calma di chi ha tutto il tempo. perchè la notte, quando non vuole dormire, dilata il tempo, rallenta il ritmo e moltiplica i pensieri.

e quei sogni che non volevi sognare restano svegli con te,
così li puoi controllare.


domenica 31 ottobre 2010

e il buio prima.

a me l'ora solare non piace.
non mi piace che faccia buio prima e non mi piace l'inverno.
ho freddo. e a me non piace avere freddo.
per cui contesto. contesto il buio ed il freddo.
perchè il buio prima, proprio no, non lo riesco a sopportare.
lui e quell'intollerabile freddo che mi raffredda i pensieri.

sabato 30 ottobre 2010

contro l'immobilità. e altre storie di viaggi e scoperte.

ancora un viaggio. ancora una meta che è solo una scusa per farlo un viaggio nuovo. per trovarlo un percorso da percorrere alla ricerca di nuovi , di nuovi se e di nuovi forse. cercarlo il modo per andarlo a trovare lontano quello che vuoi ti abiti nella testa. per pronunciarle in un'altra lingua le parole da scrivere nel tuo racconto, anche ripercorrendo vecchie strade con scarpe e pensieri inconsueti, se capita o se è necessario. e se inattesi rigurgiti di indigesti malesseri distraggono dal decollo, questo non vuol dire che la macchia sia indelebile nè che l'atterraggio non sia ugualmente garantito. perchè a viaggiare impari che quando lo cominci, quel viaggio lì, da qualche parte arrivi sempre ed è per questo che in valigia devi metterci solo una dose interminabile di leggerezza ed una indefinita di serendipità. unici accessori indispensabili in quei viaggi con la meta nota e la strada sconosciuta: testa vuota e occhi attenti. è così che riesci a riempirti di momenti speciali. è così che trovi lo spazio per ricostruire la tua meta, con piccoli pezzi di nuovi modi di vederlo il mondo. con gli occhi di compagni di viaggio che ti guardano come tu non potevi sapere che ti avrebbero guardato: con sincronicità. con gli occhi di nuovi mondi che si accavallano al tuo riempiendolo di nuovo e di leggero. perchè il tempo senza tempo che scandisce il viaggio ti svuota del superfluo e ti lascia in mano e nella mente solo l'essenziale, quell'essenziale che non ha bisogno di storia perchè è fatto di momenti contestuali ed accidentali. e non ci sono parole per raccontarli i momenti come quelli, i momenti di quel viaggio nella città della birra nera, i momenti di risate e di nulla. quel nulla che ti fa sentire nel posto in cui dovevi essere esattamente a quel punto del tuo tragitto. il tuo tragitto, quello che ha fatto dei giri immensi per arrivare ad incastrarsi con quello di qualcun altro, con la voglia ed il bisogno di presenza che incontrano la voglia ed il bisogno di esserci in quell'assenza, di riempirla con quel sè che si sta portando in giro a conoscere la vita. e ne vorresti lasciare un po' di quel tuo te che stai allevando, barattarlo con quegli altri sè che in parallelo cercano proprie evoluzioni e personali adattamenti. tutto in un miniappartamento su un fiume irlandese con un camino finto ed una poltrona rotta, che diventa testimone di esplorazioni emotive e adattamenti cognitivi, diventa alcova di pensieri in perifrastica e conversazioni al futurese. un miniappartamento con letti a castello e pensieri sussurati alla notte perchè il giorno non se ne accorga. e gli arrivederci al sapore di addio che ti mettono addosso la voglia di ripartire prima di arrivare, testimoni di una magia riuscita, di una condivisione assicurata, di una cura ritrovata.

La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.
William Burroughs

martedì 19 ottobre 2010

semplicemente

auguri.
perchè il difficile è semplificare.
ed io voglio che sia semplicemente un giorno speciale.

non tutti i giorni sono uguali

senza una parola. allora penso "è finita, per questa volta è finta" mi rannicchio nel letto e vado a Quinnipack. me l'ha insegnata Tool questa cosa. andare a Quinnipack, dormire a Quinnipack, fuggire a Quinnipack. ogni tanto gli chiedevo "dove sei stato, che tutti ti cercavano?" e lui diceva "ho fatto un salto a Quinnipack". è una specie di gioco. serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c'è verso di togliertelo. allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi e inizi ad invertati delle storie. quel che ti viene. ma lo devi fare bene. con tutti i particolari. e quello che la gente dice, e i colori e i suoni. tutto. e lo schifo a poco a poco se ne va. poi torna, è ovvio, ma intanto un po' l'hai fregato.
(castelli di rabbia - baricco)

oggi mi rannicchierò nel mio letto e me ne verrò qui, a Quinnipack. se mi cercherete, non mi troverete perchè io sarò qui, rannicchiata ad invertarmi una storia. e lo farò bene, con tutti i particolari. sarà una storia bellissima. e, vi prego, non svegliatemi. non venite a chiamarmi. voglio restare qui, oggi. oggi che è un giorno particolare, oggi voglio restare rannicchiata a Quinnipack a giocare al gioco che toglie il brutto di dosso. a giocare al gioco che le storie, se le racconti bene, sembrano vere. quindi, non ve la prendete, ma solo per oggi lasciatemi qui.

venerdì 15 ottobre 2010

una wok e gli ingredienti adatti

la fortuna della serendipità.
la ricerca della felicità.
la leggerezza dell'imponderabilità.
il talento della costruttività.
cuocere a fuoco lento, lanciando tre monete per sei volte, in un tugurio umido ma colorato.

giovedì 14 ottobre 2010

Com'è profondo il mare


Il pensiero come l'oceano
Non lo puoi bloccare




(Lucio Dalla, Pia, Franco Battiato, Fiorella Mannoia, Iskra, Roberto Ferri, Marco Alemanno, Ron, Vincenzo Capezzuto)

giocando a nomi case e città

la strada è totalmente vuota. unici rumori la pioggia scrosciante sull’asfalto ed i passi ritmici dei miei tacchi fastidiosamente rimbombanti. di tanto in tanto qualche lontana eco di ruote sul terreno bagnato provenienti, forse, da qualche strada non lontana. la pioggia sottile, ma fitta, non so per quale ragione non mi tocca il corpo. per lo meno non riesco ad avvertirla sul viso, l’unica parte scoperta di me. penso che vorrei avere qualche nozione di botanica per riconoscere l’odore delle piante bagnate che si mischia a quello della terra e dell’asfalto inumiditi dall’acqua. non conosco il nome degli alberi che costeggiano il fiume e circondano il mio palazzo, ma emanano un odore intenso, soprattutto la sera. mi piace quel profumo lì. ora lo associo a casa mia. assieme a quello di umidità. prima mi dava fastidio, l’odore d’umido, ora è familiare. mi sta bene. (nonostante qualche involontario, occasionale e proustiano effetto collaterale). non ho idea di che ora sia. di notte le ore per me diventano inutili, non mi importa mai di sapere che ora è. per quello che ne so è solo il tempo del rientro. una splendida e leggera serata è terminata lasciandomi un sorriso scemo ed un conciliante senso di sospensione. la testa è vuota e sensazioni rilassanti mi massaggiano ancora i pensieri. percorro cautamente il vialetto che porta al tugurio, per via dell’infelice connubio tacchi e pioggia, dopo il consueto sguardo della buonanotte all’abbazia illuminata sul monte, penso che questo momento qui è un bel momento. penso che io non lo so cos’è che sarà dei prossimi tempi. non so dove sarò da qui ad un po'. ma so dove sono ora. e chi.
aperta la porta, senza rifletterci, ho preso il pennarello che è sulla mensola accanto al citofono, le forbici nel mobiletto bianco della “cucina” ed un pezzetto di carta dalla libreria. ho cominciato a forzare il campanello per staccare il nome della vecchia inquilina. l’impresa, che sarebbe stata più romantica se meno faticosa, si è conclusa con il mio cognome accanto alla porta. scritto con la peggiore grafia di sempre, ma scritto lì, accanto alla porta del mio Tugurio, in quella che, ora come ora, è la mia casa.


lunedì 11 ottobre 2010

prove di leggerezza antigravitazionali

la vita è una cosa troppo seria perchè se ne possa parlare seriamente, dicono.
l'unica cifra adatta per leggere il proprio tempo senza caricarsi del peso, a tratti insostenibile, della vita vera, sembra essere quella curiosa alchimia della leggerezza delle cose. tutto ha un peso, un suo peso specifico, che in assenza di gravità non esiste più. è la gravità il problema. niente può essere così grave da opporre resistenza all'esistenza. niente può essere così grave da non avere anche una versione light per chi necessita di alleggerirsi l'umore. c'è sempre un modo ironico per capovolgere il peso specifico dei pesanti pensieri pensati. c'è sempre un modo ironico per prendersi meno sul serio, trattando i problemi come bolle di sapone.

"cerca di inventare la tua leggerezza e volerai" gg


domenica 10 ottobre 2010

perchè i riti sono importanti

van gennep li ha chiamati "riti di passaggio". sono quei momenti fondamentali nella vita di una persona o di una comunità che necessitano di attenzione e cura perchè il cambiamento sia a-traumatico. anche saint exupery ha suggerito al suo piccolo principe il valore dei riti. ed è così che è: i riti sono importanti. condividere i passaggi della propria esperienza con le persone che segnano il proprio cammino, è il rito più prezioso che riconosco. ed è nella condivisione di questi riti che c'è il regalo più grande che possiamo fare alle persone che amiamo. giocare, ridere, ubriacarsi ed esorcizzare le ansie di un'inarrestabile crescita è il regalo alla vita per le persone che ami. festeggiare non è altro che un sostegno richiesto agli affetti nel percosro verso l'ignoto. fa meno paura se la strada la si fa in compagnia, tra uno spritz ed una battuta. ed il regalo vero non è nella busta che contiene un apprezzato oggetto, ma nell'averlo condiviso quel momento lì. ognuno a proprio modo, ognuno a proprio tempo, ma con la sincera attenzione per le cose veramente importanti.

martedì 5 ottobre 2010

odore di nuovo

è un po' ovunque. come mi giro lo sento.
mi distraggo per depistarmi, ma lui mi segue.
è l'odore di nuovo.
come quando sta per piovere e tu senti già l'odore di acqua e terra.
come quando stai per avvicinarti al mare e l'aria profuma già di sale.
come quando prendi un cucciolo di cane e gli odori le zampe ancora morbide.
è così che è l'odore di nuovo.
è l'incipit di un bel racconto.


lunedì 4 ottobre 2010

il nome giusto o giusto il nome

perchè un nome è solo un nome, diceva shakespeare, ed è plausibile. ma ci sono dei nomi che entrano nella nostra vita per diventare mondi. il giorno di oggi ha un nome speciale che forse non sarà il nome giusto, ma resta giusto il nome di quello che è stato, per lungo tempo, il mio mondo.
auguri.

sabato 25 settembre 2010

ricostruzioni possibili

ed è diventato grande il mio amico bambino. è diventato un uomo. ha preso la sua vita, l'ha messa al centro e l'ha fatta diventare una cosa bella. lui è diventato una persona ancora più bella e ne ha guadagnato il colore della serenità. ha deciso chi voleva essere ed ha cesellato le sue scelte per farle coincidere con quell'immagine. ci ha lavorato, ha sofferto, ha sbagliato e ricostruito. ma c'è riuscito. ci sta riuscendo. e mi ha fatto stare bene vederlo così, nella versione adulta di quel ragazzino con cui mi beccavo non ricordo neanche più quanto tempo fa. quel tempo fa che passavamo a parlare di futuro, infantili, ironici e pungenti come solo tra di noi sapevamo essere. parlavamo tanto e non avevamo idea di cosa ne avremmo fatto del nostro tempo. il nostro tempo ora è arrivato, quel futuro immaginato che è il presente costruito. ed è arrivato senza chiederci permesso, ma non abbiamo declinato la sua sfida. una sfida d'esistenza che separa chi solo vive da chi, invece, vuole esistere. ci troviamo, ora, a guardarci adulti fare il possibile per non tradirla quella fame d'esistenza. per piacerci ad ogni risveglio la mattina e compiacerci per non averlo tradito quel mantra faticoso del "ce la metto tutta ad essere la versione migliore di me stesso ".

L'amore non è bello

e l'inconsistenza logica delle domande che sovraffollano la mente in una notte in cui la pioggia fa più rumore dei pensieri. una notte in cui delle note stonate risuonano, come pioggia, in una insensata nostaglia del futuro.

"e così ho finito con il cancellare oltre le parole le persone che dicono bugie" (sempre uguale a mai)

venerdì 24 settembre 2010

la leggerezza possibile della sintropia

accadde senza che avesse il tempo di accorgersene.
accadde così, semplicemente.
perchè le cose belle accadono quando sei distratta.
accadde che si svegliò una mattina e quella mattina vide nello specchio un sorriso. uno di quei sorrisi fatti con gli occhi, quei sorrisi che si era dimenticata di avere. quelli con dentro la leggerezza. erano una sua rimossa specialità. le salì la voglia di non lasciarla andare via tanto facilmente quella sensazione di equilibrio possibile tra sè e il mondo. non era capitato, se l'era guadagnato quel sorriso lì ed il rischio di perderlo non voleva correrlo.

giovedì 23 settembre 2010

ichingami la vita

"è lecito affermare come salda convinzione che chiunque sia entrato realmente nell'essenza del Libro dei Mutamenti ne sarà arricchito in esperienza e in vera comprensione della vita"

e pure io trovo lecito affermarlo. trovo lecito affermare che le tre monetine cinesi e il grande librone che le spiega suggeriscano suggerimenti che vanno ben oltre la lettura contingente del momento. assecondiamo con lui il principio della sincronicità, di quel tempo che adotta lo spazio diventando testimone di uno stato psichico. il Libro dei Mutamenti sta regalando a me e a chi sta scegliendo ogni giorno di viversi ogni versione dei miei stati psichici, ogni versione dei miei umori atipici, deliri, risate e complicità. a me e a chi sceglie quotidianamente di essere con me in questo mio tempo sta regalando parole su cui riflettere, suggerimenti da argomentare, particolari da sviscerare. ma più di ogni altra cosa con galeotto spirito maieutico, ci regala l'occasione di individuare in noi stessi le domande giuste.

lunedì 20 settembre 2010

insonnie ricorrenti

ci sono certe notti che la notte si ammala d'insonnia e mi chiede compagnia. queste notti, tutta la notte, c'è solo un'unica storia che vuole farsi raccontare. lei, la notte insonne, vuole sentire la mia storia nella versione che solo lei può ascoltare. non riesce a dormire e così mi chiede di parlarle come se avesse senso parlarne. mi chiede di raccontarle di quella stella e della sua luce arrivata in ritardo sulla terra. mi sorride, la notte, mentre mi ascolta parlare dell'ingrato tempismo con cui può viaggiare la luce di una stella e mi asseconda mentre immagino impossibili sincronicità alternative. perchè per la notte il tempo non esiste ed il reale non è rilevante ed è per questo che a me piace farle compagnia. così, la notte ed io, quando di notte non riusciamo a dormire cominciamo a raccontarci la mia storia nella versione che solo io voglio ancora ascoltare. ma solo di notte.

domenica 19 settembre 2010

un tugurio per pensieri scomposti

c'è un tappeto bianco nel mio tugurio.
c'è un tappeto bianco ed un tavolino nero.
sono le uniche cose non colorate che occupano quel piccolo mondo psichedelico. è importante che siano cromaticamente neutri, quel tavolino e quel tappeto, perchè devono assorbire pensieri. pensieri scomposti che si lascino corteggiare e parole accurate che si intonino alle tende. distesi su quel tappeto, con le candele accese e l'iching sul tavolino, il mio tempo più denso lo vivo a raccontarmi con chi quel tugurio lo sta trasformando in una casa. la radio rossa fintamente vintage risuona canzoni a tema, l'alicia ci tiene svegli conservandoci caffeina calda perchè il corpo collabori con la mente iperattiva. gli specchi, fingendosi pareti, si attrezzano per riflettere le riflessioni che ci rasserenano la mente, i libri si confessano come scusa per prendere in prestito occasioni di esistenza. e l'ho riempito di me quel microappartamento, laggiù nel nulla con l'abbazia più bella di sempre, e lui mi sta restituendo me, ospitando le mie persone importanti e facendole sentire a casa, dentro di me.

giovedì 16 settembre 2010

1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89 144 233

torino è una città stilosa. non me l'aspettavo. ha l'aria vintage, porticati eleganti, ampi spazi e cinemafood. io un cinema food non l'avevo mai visto, prima di torino. lì, nella città della mole, ci sono andata con la testa che rimbombava ancora di vuoto e questa volta non ho cercato di riempirlo. ho fatto quello che dovevo fare. ho sorriso, ho parlato, ho lavorato, ho passeggiato, ho conferenzato. ho fatto tutto quello che dovevo fare. lì, nella città dei re, il gigante buono mi osservava a distanza fare tutto e solo essendoci mi responsabilizzava. perchè noi abbiamo la responsabilità di vivere bene e provarci davvero ad essere felici. se qualcuno ci ama, noi abbiamo il dovere di amarci a nostra volta. questo a torino l'ho pensato. eravamo lì, tre mondi in sintonia, seduti sul lungo fiume a fare giochi da bambini, stanchi dopo una giornata piena di tensioni, con ancora l'adrenalina dei dibattiti seri, quelli che ti fanno pensare al futuro come ad una montagna immensa, troppo difficile da scalare. quei dibattiti da professoroni che ti confondono la morale e ti fanno pensare che c'è sempre qualcosa di troppo o di troppo poco perchè il futuro sia possibile. ma noi eravamo lì, con quella stanchezza che ti pesa sulla pelle, ma con la voglia di non farla finire comunque quella giornata. quando il futuro pesa il presente vuole allungarsi, credo sia così che succeda. e quindi noi eravamo lì, rubando l'equilibrio perduto all'eleganza della città, nascondendo i discorsi seri tra gli incisi di giochi verbali, leggeri e deliranti. ed io ho pensato questa cosa qui. ho pensato a tante cose, in verità, ma questa mi è rimasta impressa: se è vero che dobbiamo qualcosa all'infante che siamo stati lo dobbiamo anche a chi vuole fare la strada con la versione adulta di noi. è bello avere dei compagni di viaggio, bisogna averne cura. ma per farlo devi imparare cos'è la cura vera. e la cura vera parte da sè. se io mi voglio bene, ma bene per davvero, avrò qualcosa da condividere, qualcosa da rubare e farmi rubare. se non raccolgo vita non avrò vita da condividere. io tutte queste cose qui, non le ho imparate a torino, ma a torino, con la testa vuota e quella stanchezza piacevole di quando vivi tanto, troppo, le ho pensate molto lucidamente. io voglio che le persone a cui tengo siano molto felici. ma non lo voglio così, come si può volere un caffè o la pace nel mondo. il lo voglio proprio seriamente, come quando si vuole qualcosa e nient'altro. infondo credo sia un loro dovere ed un mio diritto. non è che io lo pretenda, intendiamoci, ma credo che per il bene che voglio loro mi debba essere concesso richiedere un po' di cautela per se stessi. chi sa se esiste un'assicurazione per l'amore! lì a torino, cantando canzoni stonate con il mio amichetto e straziando di passeggiate il gigante buono ho pensato che non posso pretendere di rendere felici tutti quelli che amo, ma posso chiedere loro di rendersi felici per me. giochi di dipendenze affettive che garantiscano tentativi di felicità. è una cosa che mi tranquillizza pensare che possa esistere una specie di patto, di impegno all'autorealizzazione emotiva. l'ho pensato in generale, ma ho sorriso pensando al mio particolare. io ora voglio solo che sia felice, il mio particolare. e lo voglio per davvero, anche senza esserci in quella felicità. non mi interessa più essere la protagonista. e non per sottrazione, ma per addizione, come nella serie di fibonacci. credo si possa chiedere una cosa del genere. una specie di regalo d'addio. io ti lascio andare e tu ti impegni, nella buona e nella cattiva sorte, a renderti felice. ma veramente, profondamente.

forse è questo il senso.

lunedì 13 settembre 2010

ad occhi chiusi

le mani sulla testa per eliminare i brutti pensieri, era così che lui le calmava la vita. e per una pila avere dove scaricare energia è essenziale per non scoppiare. lei gli carezzava la schiena, nei pressi di un neo. questo lo faceva sentire in sospensione e per un peter pan sapere di avere un pensiero felice è come la dose di spinaci per braccio di ferro, gli dava forza. andarono avanti per più di dieci anni così. lui le dava la morfina e lei dava a lui l'adrenalina. la storia finì, perchè tutte le storie finiscono. ma ancora oggi, da qualche parte, in momenti difficili c'è una ragazza che chiude gli occhi e sente delle mani calde sulla sua testa bollente e c'è un ragazzo che chiude gli occhi e avverte sulla sua schiena, attorno al suo neo, un leggero prurito.


quell'atroce randez vous

e con la mente seria e silenziosa, mortificata dal non riuscire a trovare delle ragioni, paralizzata dall'impotenza dell'incontrollabilità, torniamo muti e offesi da un appuntamento che non avremmo mai voluto avere. cosa possa esserci stato in quello spazio di lucidità tra il non ancora ed il non più non è dato saperlo. possiamo solo prendere atto che l'assurdo esiste.

ed augurarle buon viaggio.



domenica 12 settembre 2010

effetto domino

ci sono momenti in cui si ha la piena consapevolezza di non avere controllo sulle proprie derive emotive. ci sono momenti in cui gli eventi procedono ad effetto domino nella testa: cade una tessera e si trascina giù tutto il resto con un coreografico movimento distruttivo. il lungo percorso che avevi appassionatamente e faticosamente montato per costringerti in una parvenza di costruttività viene giù in nulla. e ti accorgi che era solo un'impressione. era solo un castello di sabbia. così, in certi momenti, basta un soffio sbagliato di vento per far crollare tutto il lavoro ancora in corso e a te tocca ricominciare tutto daccapo. così, tessera dopo tessera, momento dopo momento, ricostruisci il tuo percorso di equilibri, aggirando la rabbia che l'inconsistenza delle tue costruzioni di sabbia ha lasciato in affitto. dalla prima all'ultima tessera ricominci ad ordinarle con movimenti lenti e tutti uguali, con la concentrazione per le cose importanti, con la pazienza per le cose delicate, ricominci. dalla prima all'ultima tessera provi a ritrovare il tuo equilibrio sconvolto. in silenzio, con le mani indaffarate e la testa vuota.

"stava lì, come una candela accesa in un granaio che brucia"
a. baricco, castelli di rabbia

con una giornata uggiosa nella testa

perchè certe giornate uggiose puoi averle anche se fuori c'è il sole.
il cielo è blu e il sole caldo, eppure la mia giornata ha un sapore di tempo grigio.



sabato 11 settembre 2010

la cosa veramente importante

credo debba esistere per ognuno una cosa veramente importante. quella cosa che è alfa ed omega, quella cosa che se tutto finisse domani non ci sarebbero rimpianti perchè si è dato tutto alla propria cosa veramente importante. neanche un giorno di non cura. neanche un giorno di dispersione. neanche un giorno di distrazione. ognuno dovrebbe avere una cosa veramente importante, una cosa per cui ne valga la pena. per cui valga la pena tutta questa assurdità. senza una cosa importante si rinuncia più facilmente. la rinuncia mi fa rabbia, sia come arresa che come superficialità. intollerabili e sciocchi affaticamenti succhiano l'energia sbagliata. ingiustificabili procrastinazioni all'esistenza rubano il solo tempo che abbiamo.

venerdì 10 settembre 2010

ultimo atto

una notte di settembre la pioggia ha accompagnato l'ultimo viaggio. l'acqua entrava dentro casa da quel balcone ancora aperto, le tende mosse ed il silenzio della strada violato da un rumore sordo di assurdo. una notte di settembre i pensieri sono diventati più pesanti della testa e per fermarli è stato necessario fermare tutto. ancora piange il tempo interrotto. quella notte di settembre, fermo immagine sull'ultimo atto. epilogo annunciato di una rinuncia.

ombre

all'ombra di una scena mai vista che torna vera ed invandente nella mente.
all'ombra di egoistiche ingiustificabili lucide e prevedibili soluzioni.
all'ombra di ombre che illuminano i pensieri e oscurano la ragione.
all'ombra della voglia di sospendere tutto e restare all'ombra di queste ombre. solo per un po'.

pieno-vuoto-pieno-vuoto-pieno-vuoto

persa in sproporzionate incontinenze emotive.
saper piangere è importante per espellere eccesso di vita e lubrificare il cuore.

ingegnerie emozionali deviano il corso dei miei pensieri.

cosa c'è dopo il vuoto?

violentati dal vuoto.
prove di fallimento che lasciano in eredità una fagocitante paura.
l'infelicità mi terrorizza.

giovedì 9 settembre 2010

una fine

andare a dormire e non svegliarsi più.
svegliarsi e sapere che un battito è finito e che altri continueranno loro malgrado.
quando c'è una fine il problema è sempre, solo, unicamente, maledettamente di chi resta.
tutte le volte che si scrive fine c'è un intollerabile inizio da riavviare.

mercoledì 8 settembre 2010

l'inutile oracolo

sono diventata molto brava. sono bravissima a darmi le risposte giuste.
mi faccio anche domande sensate ed ho accumulato un buon numero di sagge argomentazioni perfettamente idonee. ma sapere è inutile. in certi momenti, per certe cose, con certi umori, certe notti, la conoscenza non basta, la saggezza è pletorica e la fatalità è un meschino placebo.
sono solo momenti. poi mutano.
come tutto, anche questi momenti, passano.

"perchè non hanno fatto delle grandi pattumiere per i giorni già usati, per queste ed altre sere"
(cantico dei drogati - de andrè)

martedì 7 settembre 2010

rubolo

fortuna si chiamava. una giovanissima donna dal nome suggestivo. le ho regalato un viaggio con magia, a fortuna. una lettura di IChing e speranza a buon mercato. saggezza cinese al prezzo di un biglietto regionale. scendeva alla seconda fermata, lei. io proseguivo, ma un regalo del mio essere puntino è lasciare pezzi di me agli sconosciuti. e rubare. rubo, io, in viaggio. sono logorroica e strasbordante per natura e lascio pezzi di me in giro. ma senza che nessuno se ne accorga, io rubo e divento un po' di quello che rubo agli altri. a fortuna ho rubato i suoi occhi pieni di vita. l'ingenuità dei suoi diciotto anni e del suo primo amore. soffrirà ancora tanto fortuna, ma mai più così. lo garantiscono gli scienziati. e noi, agli scienziati crediamo. noi crediamo a chiunque ci dica che dopo è meglio. ma questo a fortuna non l'ho detto. le ho letto l'IChing. era bello e ne sono stata felice. ho pensato in ritardo che non avrei avuto il tempo di affrontare una brutta sentenza. ma non lo era la sua, era buona. era piena di vita come lei. è così che i puntini lasciano i loro a capo per nuove storie. seminando un po' di sè e rubando sguardi pieni di vita e vite piene di racconti.

lunedì 6 settembre 2010

like a little dot

io sono un puntino. questo è assodato. un puntino sono i pensieri nella mia testa, un puntino è il mio corpo accessoriato di valige. come un puntino mi muovo tra stazioni, autostrade ed aereoporti. spazi tra me e il mondo, spazi tra quello che ho e quello che avrò, spazi tra chi sono e chi diventerò. porto me in giro e perdo treni. porto me in giro e prenoto aerei. non so quando mi fermerò, non so se sono più in grado di star ferma. so, però, che ogni ora che passo accoccolata tra i miei bagagli è un tempo infinito che vedo vivere il mondo fuori di me e me dentro quel mondo. ogni ora che passo accoccolata tra i miei bagagli è un tempo che regalo alla mia storia e che la mia storia regala a me. e non mancano mai nella mia valigia i miei legami, non mancano mai nella mia valigia le mancherie. perchè solo se sai da chi tornare la partenza acquista un sapore di buono. ed è così che è: viaggiare mi insegna a tornare. c'è sempre un nuovo "a capo" da ricominciare e qualcosa da imparare. imparare a scegliere, imparare a sbagliare, imparare ad aspettare. imparare ad imparare. un viaggio infinito, quello di un puntino.



Il dittatore

Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo
"Dopo di me- gridava -
verrà la fine del mondo!"
Le parole protestarono:
"Ma che grilli ha pel capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo".
Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.
(g. rodari)

sabato 4 settembre 2010

la poesia (d)e i luoghi

la temperatura che comincia ad abbassarsi, un motorino che si avvia piano verso una serata delicata, la chiesa di donna regina, la voce più dolce di sempre. palladino ha arredato la chiesa che odora della mia infanzia. un immenso pannello fa da sfondo al posto che nei miei ricordi richiama la voce di mio nonno. da piccola "donnaregina" veniva nominato più dei nostri nomi. presente e passato che si sovrappongono. il passato che ospita il presente. e si donano a vicenda. mio nonno passava ore a parlare di restauro anche con noi bambini. il passato va accudito, non deve essere un falso. i segni della storia hanno un grande valore. chissà che avrebbe detto delle teste che piovono dal cielo nella sua donnaregina. a me fanno pensare che vecchio e nuovo, possono convivere. anche se è difficile. possono. ora estranei inconsapevoli occupano quegli spazi regalandosi un concerto in un piccolo paradiso di arte. sorrido perchè per loro è solo una bella chiesa, ormai sconsacrata. per me è un po' di famiglia, è un po' di infanzia. risuonano perfette in quegli ambienti, così come nella mia testa, le parole accurate e le note delicate di un poeta in cravatta scura. e nonostante un'invasione di ricordi e di momenti, stasera, mi sento leggera pensando che solo chi ha radici profonde può allungarsi nei rami.



Γνῶθι σεαυτόν

ci sono delle cose che sono lì. sono pensieri, ma non esattamente pensieri pensati. sono pensieri sussurati alla mente perchè il cervello non se ne accorga. sono pensieri che assomigliano più a "cose" perchè hanno una consistenza ed un peso. un peso che dalla testa scende nello stomaco e si ferma lì, come l'indigestione, ma senza controindicazioni. difatti non sono pensieri indigesti. loro stanno lì, forse ti aspettano da molto o forse sono appena arrivati. può capitare che restino anche molto tempo senza farsi notare. restano in attesa di attenzione: pensieri in attesa. questo sono le cose che stanno lì e che d'improvviso guadagnano la tua consapevolezza come se li avessi pensati da sempre. sopraggiungono come la pioggia di settembre, eppure quando ormai sono lì, ti sembra di conoscerli da sempre. ti sembra di averlo sempre avuto quel pensiero lì. è familiare. capita anche con delle persone. le conosci da un accenno di vita e ti sembra ci siano da sempre nella tua. forse è una predisposizione o forse solo un caso. eppure certe cose sono familiari anche se arrivano all'improvviso. le riconosci in un discorso che esce da sè. ti ascolti dire certe parole e ti accorgi che le pensi per davvero, anche se non le avevi mai pensate prima. erano lì ed ora lo sai anche tu che c'erano. quanti altri ospiti discreti ci saranno nella mia mente? stasera ho pensato un pensiero che forse penso da un po'. ma non lo so. ha il peso di una cosa, di una cosa leggera. ha il peso della leggerezza. forse lo hanno sussurrato le note di un bel concerto al mio orecchio distratto dal magico intorno. è stato un momento, un momento preciso in cui la cosa è diventata pensiero lasciandosi pensare. in un momento preciso, che ora ha un luogo ed un tempo, mi sono conosciuta un po' di più.
e mi viene da ridere perchè so che "è tempo".


lunedì 30 agosto 2010

d come dresda, d come me


la notte prima di partire non ho dormito. la notte prima di partire pensavo che ero stanca e non mi andava poi così tanto ricominciare a viaggiare. ma poi è bastato un piede in aereoporto per cancellarla, quella notte insonne, i suoi sogni ricorrenti e i risvegli nervosi. è bastato un piede in aereoporto per farmi sentire nel posto giusto, il posto "verso", che è quello che mi si addice di più. tra voli cancellati ed altri riorganizzati sono arrivata a destinazione, sono arrivata all'appuntamento con il mio viaggio. un viaggio che si era fermato ad una conferenza internazionale - quasi un anno fa - e che sembra essere ricominciato ora, con un'altra conferenza internazionale. conferenziera mi chiamò il mio conferenziere ed io ridevo. ed io rido a vedermi lì che parlo il mio inglese zoppicante, ostentando una sicumera, che per chi lo sa, è tutta scena. ma lì, in inglese, non si capisce che sto bluffando. lì in inglese, con i tacchi, il badge e il proiettore io sono una conferenziera. e conferenzo. ed ho conferenzato nella città con la d.
d come me, è così che è la città del mio viaggio, è come me, una piccola opera d'arte. un centro denso ed affascianante e tutt'intorno un mondo in costruzione. proprio come me, d, la città del mio viaggio. porta la sua storia con le storie che l'hanno definita, ma è tutta da (ri)costruire. l'hanno distrutta, ma lei, d, è tornata in piedi.e poi è una città sul fiume ed io le adoro le città sul fiume, perchè ci sono i ponti. ed i ponti sono oltremisura romantici, sono oltremisura rilassanti. e d romantica lo è. e d rilassante lo è. d'altronde a d ci ho trovato un pezzetto di famiglia, nel mio hotel stile ikea. era lì nella hall di quell'hotel con il suo pc ed il suo sguardo familiare. era lì, il mio pezzetto di famiglia. era in quella città con la d nell'hotel con la stanza per la televisione come se fosse casa. e quanto abbiamo mangiato lì a d. e quanto abbiamo riso, lì a d. in quel concentrato d'arte con la più bella collezione di sempre. in quel concentrato d'arte che ospita gli angioletti di raffaello. in quel concentrato d'arte che è rinata dalle sue ceneri. così come il mio pezzetto di famiglia. anche lei come d è rinata. anche lei come d si sta ricostruendo ed è stupenda così involontariamente piena di vita com'è.

per le mancherie da fine estate: accenni di un diario di viaggio #3


i bei posti incorniciano bei momenti. è così che succede. il blu del mare dona particolarmente all'umore ed ai ricordi, c'è poco da dire. l'isola e i suoi tempi, l'isola ed i suoi silenzi, l'isola e le sue difficoltà da cittadini in trasferta hanno garantito il fascino esotico del distacco dal mondo reale. il suo essere così lontana dalla quotidianità ha reciso i pensieri pesanti dalle spine del quotidiano. il suo essere così lontana dalla quotidianità ha veicolato il virus della parentesi magica. eppure io sono sicura che la vera magia non è mai una concessione del luogo. la vera magia è l'esclusiva negli occhi di chi lo guarda quel luogo. è quello che ho portato da filicudi oltre le foto e la malvasia; oltre ad una valigia chiusa con approssimazione ed uno zaino provato dalla vita; oltre alle risate che mi rimbombano in testa; oltre ad una dipendenza da arancino da cui è difficile fare astinenza; oltre al desiderio di camminare per sentieri. è quello che ho negli occhi di quei giorni che mi fa sorridere a tradimento ed imbronciare il mento involontariamente. la vera magia è sempre lei: la cura. è stata la voglia di viversi e raccontarsi al momento i momenti intensamente, il tacitamente condiviso bisogno di non lasciare nessun istante all'approssimazione emotiva. farsi entrare nelle vene ogni sciocchezza per fare incetta di condivisione. il tutto per accumulare sorrisi da rivendersi in differita. i bei posti incorniciano bei momenti, ma le belle persone sanno fare di bei momenti un posto speciale dove conservare la voglia di riviverne altri. le mancherie di fine estate non sono la nostalgia di qualcosa che è finito, ma la premura di ricominciare il prima possibile.

diari in aereoporto

gli aereoporti sono lo spazio sospeso del tutto possibile.
a me piacciono. mi piacciono molto. e quando ospitano un po' del mio tempo assecondano il mio delirio di onnipotenza. gli aereoporti sono un non luogo, di conseguenza se un luogo non è un luogo, lì dentro io posso essere e non essere. io posso tutto dentro un aereoporto. tendenzialmente sogno e spesso rido. qualunque sia la meta dei miei viaggi, l'aereoporto diventa la meta-meta verso di me. verso il viaggio che sto per fare e quello che farei insieme a quello che farò. mai quelli che ho fatto. quelli restano puntualmente a terra. mi hanno insegnato a non portare liquidi ed evitare le code, ma sono il passato e quello passa, non vola. negli aereoporti mi prende la viaggezza. la voglia di non fermarmi, di non tornare e di continuare finchè non mi trovo. io all'aereoporto mi trovo sempre e l'unico bagaglio che non mollo è la leggerezza del non portarmi pesi dietro. la viaggezza è la mia incurabile ed inguaribile malattia preferita. quella che nei viaggi reali ed in quelli esistenziali mi spinge ad alleggerire il mio guardaroba emotivo per non andare in overload e rischiare di non partire. io la viaggezza ce l'ho da sempre e sempre con me, ma in aereoporto, esplode, esplode come la peste di camus che non avevo letto. ma rido, perchè so che non è grave, so che è solo viaggezza che mi porta lontano, ma senza mai allontanarmi da me. rido perchè so che non è grave, so che almeno non è quiviagezza...

giovedì 26 agosto 2010

na tazzulell e cafè: accenni di un diario di viaggio #2

c'è un modo per fare il caffè, ma non tutti lo sanno. o forse lo sanno anche tutti gli altri, ma io per davvero, non lo sapevo. forse c'era una grande cospirazione di facitori di caffè che conservava questo segreto per vendicarsi delle mie assuefazioni a qualunque cosa liquida nera mi fosse propinata. non ho mai prestato grande attenzione all'attività in questione. io sono lo scempio di qualunque partenopeo: io bevo nescafè. ma ora, però, lo so, la moka ha un trucco che si chiama "montagnella". o almeno lì, nel microappartamento con soppalco e bagno separato, nell'isola con due strade e un randagio che le unisce, la chiamano montagnella. da questa estate anche io so fare il caffè. nel ventinovesimo anno di vita ho imparato anch'io, da vera napoletana a farlo. anche se ho imparato in sicilia. e così, romanticamente, ogni volta che riempio una macchinetta di polvere nera sorrido pensando a due amiche ed un chiapparo che mi urlano: "la montagnella!!!". o peggio, rido pensando a loro che si premurano di tenermi lontana dai fornelli quando nelle ore più improbabili si levava per il porticciolo un rantolo: "caffeeè?". ora la faccio, consumo uno spropositato quantitativo di materiale, che tendenzialmente, senza il badantaggio di Alicia, brucio lasciandolo in balia del fuoco. però la faccio la montagnella. ed ora fare il caffè non sarà solo un caffè, sarà un sorriso per il ricordo della disattitudine offerta alla mercè dei miei coinquilini estivi.

mercoledì 25 agosto 2010

loving filicudi: accenni di un diario di viaggio #1

leggera leggera così è stata. intensa densa allegra e leggera. è arrivata in sordina, doveva solo passare, poi sono passata io a non volere che passasse. tra una messina ed un bicchiere di malvasia, tra una mulattiera ed un aracino, tra un mojito ed una spaghettata, un'isola imprevedibilmente affascinante ha regalato a questa estate il colore della leggerezza. gli sconosciuti, in incontri fortunosi, hanno il potere di farti sembrare lo scazzafottersene una plausibile filosofia di vita. gli amici, biografie di un'esistenza, hanno il potere di farti sentire al riparo da concessi eccessi di scazzafottitudine. perfetto menàge emotivo di sospensione e condivisione. presunzioni di equilibrio possibile in un luogo dove serve solo un po' di buon umore per ridere di pietre sconnesse e meduse affettuose; un luogo dove il rumore del mare ti entra dalla finestra e ti accarezza il riposo; un luogo dove chilometri di mulattiera e sentieri sterrati sotto il sole dell'ora di punta o nel buio blu della notte diventano una passeggiata divertente. basta una birra e due risate per un invito a cena, basta un ampio terrazzo nel porticciolo per tirar tardi chiacchierando. e la luna che si concede generosa per illuminare il nero dell'isola senza accessori. l'irrintracciabilità ed i tempi senza tempo hanno contribuito a decomprimere il cervello, allargare i polmoni e distendere i pensieri. con l'umore in rilassamento, gli aperitivi al fritto ed alcool hanno contribuito piuttosto ad allargare i miei fianchi e riempire di grasso la mente. torno più tornita, più abbronzata, con la testa vuota e gli occhi pieni. ma sopratutto torno con un estivo sorriso sulla faccia che possa ricordare al mio inverno che il sole arriva sempre.
e che se "me ne scazzafotto" è perchè "non c'ho pensato".


mercoledì 11 agosto 2010

in vacanza da me

sono giornate strane. belle e strane. era da tanto che non ero in vacanza così. in vacanza da me, intendo. o meglio dalla mia bulimia d'azione. dal mio riempirmi di cose da fare per sentirmi utile al mondo o forse piuttosto per non sentirmi inutile nel mondo. mi sento un po' come dopo una lunga malattia, quando in sostanza sei guarito, ma ti senti debole e non sai se riesci a fare proprio tutto come prima. non sai nemmeno se vuoi farlo, tutto come prima. non è che ti senti male, però non ti senti proprio in forma. vuoi stare ancora a metà tra te e il resto. vuoi essere convalescente, appunto. ricordo quando ebbi la gastrointerite acuta, dopo un mese di flebo ci volle un altro mese prima di riprendermi. prima che ricominciassi a mangiare solidi ci vollero due settimane e le minacce del medico che non andava via finchè non finivo il pollo. ricordo perfettamente la scena: io ero nel letto, nella mia vecchia stanza, con i mobili da ragazzina in legno chiaro, che protestavo con il vassoio davanti e quell'omone severissimo seduto sul letto di mia sorella, accanto al mio. diceva che non se ne sarebbe andato finchè' non avessi finito tutto quello che era nel piatto. lo ho odiato come poche volte nella mia vita mi è accaduto. ma ho mangiato, pur di farlo andare via. l'odio a volte serve. quella volta è servito. ora non è che odio proprio. ma gli opposti hanno confini labili. ad ogni modo, ora sono in vacanza da me e la risposta alla voglia che non ho di fare e relazionarmi la trovo nei libri. in tre giorni ho consumato tre libri ed oltre mille pagine di parole. fagocito emozioni su carta. non so se è giusto reagire così al non voler pensare, ma a me sembra giusto, perchè mi fa star meglio. ho il cellulare spento e (tranne in questo momento) non uso il computer. mi sembra sano. mi sembra giusto. imparare a star da soli, anzi, imparare a bastarsi. provare un certo piacere nella sola compagnia di se stessi. "bisognarsi" mi sembra qualcosa di assolutamente sano. ne guadagnano le mie relazioni. sono migliore con gli altri dopo aver passato un bel po' di tempo sola con me, senza fare detestamento, ma semplicemente lasciandomi vivere con leggerezza e pensieri che non trattengo. li lascio andare e non cerco di analizzarli. li vivo. mi vivo. auspicabile preludio ad una rinascita. come si può pensare di dare qualcosa se non si sa cosa si ha? io non lo so più cosa ho da dare, se qualcosa ancora ho. ma so che la risposta non la troverò certo fuori di me.

domenica 8 agosto 2010

ad ognuno la sua strada

"La città per chi passa senza entrarci è una, e un'altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui si arriva la prima volta, un'altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso; forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi; forse non ho parlato che di Irene. L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà." ( Italo Calvino, Le città invisibili)

ogggegv noub

like a baby

Dark Brother

grovigli. è la sensazione con cui vado a letto stanotte. l'immagine che mi rimbocca le coperte è quella di nodosi ed inestricabili grovigli di contrastanti conflittuali e stancanti pensieri. cercare una via, seguirla, forse sbagliare, forse no. farsi portare dall'invento. paura. vuoto. eccitazione. ancora paura, vertigini. scoprirsi in compagnia dei grovigli a vivere dentro l'opera di kapoor, in quel profondo che occhio distratto non vede.

venerdì 6 agosto 2010

le parole per scrivere vacanza.

ero in libreria stamattina. mi aggiravo con aria annoiata curiosa e sospettosa per via dall'iperproduttività letteraria di questi ultimi tempi. alla nota e compianta crisi del libro si accompagna un eccesso di nuovi autori e nuovi titoli che se davvero avessimo tanti scrittori quanti libri sono prodotti il nostro paese godrebbe di una qualità culturale decisamente superiore a quella che appare. ma ho smesso da tempo di credere alla logica aristotelica. ad ogni modo -senza divagare - ero in libreria per cercare qualcosa che sancisse il mio essere ufficialmente in vacanza. non lo sarei, per le cose da fare, ma mi son data le ferie. così ufficialmente ho detto a me stessa: "vai, sei libera". io me le merito proprio queste vacanze. merito di curare con cura quello che sta arrivando e dedicargli tutto il tempo che ho. ci vuole tempo per il tempo nuovo e ci vogliono le parole giuste per scriverlo bene. così sono finita in libreria ed ho cominciato ad aggirarmi abbastanza seria e concentrata. chi era con me snocciolava titoli e suggerimenti, ma in reraltà ero in attesa del colpo di fulmine. resto fondamentelmente una romantica. in particolare, sono i titoli che mi attraggono più dei libri in sè. lo confesso. credo che alcuni siano assolutamente geniali. se avessi più soldi comprerei molti più libri solo perchè i titoli lo meritano. ma non ho molti soldi e devo leggere anche la quarta di copertina per evitare una sciocca disfatta economica solo per amor delle parole. ad ogni modo il libro delle vacanze è importante. è un po' la colonna sonora dell'estate l'insieme di storie da cui decidi di far accompagnare il tuo relax. non c'è viaggio che non mi ricordi il libro che era in valigia.

il primo di quelli che mi accompagneranno quest'anno mi ha sedotta con questa frase:

"Le cose capitano, e non c'è altro da fare che guardarle accadere [...] A quel punto vi rendete conto che stupore e disincanto vi appartengono, e cominciate a sorridere, a ridere. A ridere della incommensurabile vacuità, stupidità, prevedibilità delle cose umane: fare sesso, innamorarsi, trovare un lavoro, sposarsi, fare una famiglia, disfare una famiglia. Sorridete e ridete perchè siete vicinissimo o lontanissimi, e vedete tutto con chiarezza." (jonathan coe, donna per caso)

ed io sorrido, rido, guardo accadere e leggo.

"Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare" alfieri

mercoledì 4 agosto 2010

chiedimi se sono felice

e ti svegli male e poi trovi questi regalini nella posta che ti leggono dentro.
ti strappano quel sorriso che non speravi e rendono tutto più leggero.

sossogni

ci sono dei sogni che sarebbe meglio non fare. ci sono dei sogni che quando ti svegli vorresti bestemmiare in lingue sconosciute perchè era solo un sogno. e ti svegli menomato, frustrato, privato di una parte di felicità che era tua. lo era per davvero. invece ora devi vivere nella contraddizione tra quello che hai sognato come vero e quello che vero lo è per davvero. non puoi non essere arrabbiato. sono arrabbiata stamattina. ed è brutto svegliarsi arrabbiati. svegliarsi con la voglia di ritornare a letto e continuare a vivere quel sogno come fosse vero. ma tanto non torna, il sogno. maledetta mente che mi sveglia da una sogno finto per farmi entrare in un incubo vero.

martedì 3 agosto 2010

spennellata all'esistenza

cercando di farci una vita. è questo che stiamo facendo.
una generazione alla ricerca della propria identità, mai abbastanza intraprendente nè abbastanza classica. per cronologia non siamo più solo figli, per precarietà non siamo del tutto adulti. viviamo a metà tra la vita che vorremmo e la vita che abbiamo. brancoliamo, cercando di diventare grandi nonostante l'instabilità. sembra un gioco alla vita vera, mentre è il nostro futuro che stiamo vivendo ora. è quello che non sapevamo come sarebbe stato: eccolo, è qui. cominciamo a seminare il mondo di noi, ma lo possiamo fare solo con cautela, ridendo oggi e pennellando pareti non nostre, consapevoli che viaggiamo senza paracadute. prendiamo quello che viene, quando viene e se non viene lo facciamo venire ceativamente, a piccole dosi. perchè è il tempo. è il tempo di agire, senza prenderci troppo sul serio, ma senza essere più solo in potenza. diventiamo la cosa più simile a noi che vorremmo. niente più procrastinazioni. solo incosciente determinazione esistenziale. e se qualcosa non andrà come previsto, passeremo un'altra mano di vernice. fortunatamente, i colori non mancano.

lunedì 2 agosto 2010

altrove

ieri notte ero al virgiliano. per qualche ragione che non conosco non c'erano illuminazioni. c'era una panchina rivolta verso il mare. era molto buio e le uniche luci oltre alle stelle erano quelle della città che ci guardava come se fossimo noi il panorama. uno stereo per terra esattamente tra noi e il mare suonava il tango. lì, così, al buio, c'era un gruppo di ragazzi che ballava appassionatamente la musica più struggente e vitale che abbia mai ascoltato. faceva fresco, avevo le spalle scoperte e i pensieri indifesi.

sabato 31 luglio 2010

pensieri ovarici

c'è il diluvio fuori stasera ed io sto ovulando.
lo so che sto ovulando, me lo ha detto la ginecologa ieri. ha tenuto a specificarlo mentre monitorava l'interno del mio basso ventre da uno schermo. così, damblè, senza guardarmi in faccia e con un inconsapevolmente inopportuno sorriso mi ha detto che ieri sera ed oggi avrei potuto concepire. era quasi contenta lei. così ha detto: stasera è la serata buona. ma buona di che, ginecologa?! sono neanche dieci giorni che ho ripreso a respirare dall'apnea di funesti presagi e tu ridi pensando me che concepisco? ma non è sui pensieri pensati durante e dopo questo frangente ginecologico che volevo riflettere. questa è solo la premessa, l'epitaffio, il preambolo necessario a contesualizzare le cose che le mie ovaie partoriranno questa lunga notte. perchè le femmine di ogni specie, quando ovulano pensano con il ventre e non con la mente. quindi, ribadisco, sto ovulando ed è per questa ragione che le lacrime che escono incontrollabilmente dai miei occhi, questa sera, non sono tristezza. la perdita a quei rubinetti che ho al posto degli occhi questa sera è semplicemente una reazione biochimica ad una serie di processi fisiologici che un giorno mi renderanno molto felice. le lacrime che escono per qualunque cosa accada intorno e dentro di me, stasera, non sono segno di alcun significato profondo, sono solo un'alterazione nella produzione di serotonina. i miei pensieri, stasera, non sono veramente miei, ma sono dei miei ormoni.
così arriva quel pensiero che stento a descrivere. quel pensiero che ha il suono di una musica jazz molto triste, l'odore del prato bagnato ed il colore dell'alba. è così che è questo pensiero. ha la consistenza di una carezza, di una carezza dolcissima ed il sapore un po' salato di una lacrima sulle labbra. arriva e prende la forma di un nodo alla gola. è il pensiero dei legami spezzati. è il pensiero di vite che erano una e per qualche ragione che mai nessuno al mondo potrà spiegare diventano due. è il pensiero di uno strappo, di una lacerazione che non si cicatrizza, di quel rumore di fondo che ti fa muovere senza equilibrio, di quella labirintite emotiva che ti rintrona, che ti stordisce, che altera i suoni ed amplifica gli umori. il pensiero di quel fottutissimo destino che non ti destina quello per cui pensavi di essere destinata. è il pensiero del "così doveva andare" e dell'assurdità di farsi entrare una vita di una taglia diversa dalla tua. è il pensiero di un sogno che diventa un incubo, di ricordi che diventano ossessioni, di sensazioni che diventano malesseri e poi, d'improvviso, più nulla. d'improvviso, il vuoto. è il pensiero che c'è un prima ed un dopo e non si può fare diversamente. è il pensiero che non combaceranno mai più quelle metà che erano fuse fino a sembrare indistinguibili; che non c'è nulla di veramente inseparabile al mondo; nè un posto abbastanza lontano dove scappare per difendersi dalle cose che cambiano e dal tempo che passa. è il pensiero che tutto questo va anche affrontato con un sorriso, con la forza e la convinzione che, non potendo morire tutte le mattine, capiterà al massimo di vivere con un pezzetto di cuore in putrefazione. perchè è così che è questo pensiero. è l'odore di un pezzo di carne morta che ti porti dietro per il resto dei giorni che passerai senza quel pezzo di te. è così che è la morte da vivi. è la separazione da quella parte di te che avevi quando eri due. ma non un due qualunque, quel due che è uno. la perdita non di una persona, ma del pezzo di vita che occupava nella tua vita, nelle tue ore, nei tuoi pensieri, nelle tue parole, nelle tue paure. sono i particolari a morire. quelle piccole inutili irragionevoli complicità fatte di dettagli, di sincronismi, di alchimie, di abitudini a due da cui il resto del mondo era e sarà escluso per sempre. è così che è la morte da vivi. arriva quando tutto questo diventa molto meno doloroso. e ti accorgi che hai imparato a vivere lo stesso, con sempre più talento.

fuori continua a piovere. dentro ha smesso.