mi sono chiusa ( di nuovo) fuori casa e invece di far partire il bestemmione ho optato per un taglio di capelli. credo di stare a tremila per il ristabil, o è forse solo l'effetto placebo dell'integratore che ho deciso che funziona. ma visto che venerdì stavo esplondendo ed ho una settimana peggiore, l'unica soluzione che ho per non impazzire è rallentare. dove si può, strategicamente, quando tutto è troppo veloce e sembra espellerti, tipo il "calcinculo" delle giostre di quand'eravamo piccoli, meglio attivare un diversivo.
depisto le mie nevrosi e do valide ragioni alle mie ansie per esistere.
il mio livello di empatia è in mode off perchè sono già abbastanza disadattata su vari livelli per trovare anche spazio per esuberi emotivi.
che poi grandina, ma visto che domani è primavera ho già le maniche corte.
lunedì 19 marzo 2018
lunedì 12 marzo 2018
col senno di mai
oggi non ho voglia.
non so dove sia andata ma non è qui.
sono distratta, irritata ed il vento mi mette a disagio.
continuo a pensare che dovrebbero darci delle istruzioni migliori.
che ne so, magari a scuola, tra un gerundio ed una funzione, insegnarci come si fa dopo.
perchè oggi aliz ci chiedeva perchè noi andiamo a lavoro e non a scuola, visto che a scuola lei fa i lavoretti, allora più o meno non cambia. non fa una piega. vaglielo a dire che a scuola dove impari le cose utili ci continui ad andare per sempre, che quella è proprio la vita fuori che ti insegna. le quattro mura e le maestre non te le danno mica le istruzioni per dopo. i lavoretti ti servono per capire qualche cosa, ma per capire che puoi capirla serve tempo. e serve il senno. il senno di mai, quello che di volta in volta ti salva perchè ti fa fare le cose più o meno giuste, senza guardare troppo indietro e nemmeno troppo avanti. il senno che guarda al contesto. con la consapevolezza che la scelta giusta non esiste, perché di per sé il concetto di giusto e sbagliato è opinabile, fuorviante ed indiscutibilmente sopravvalutato. esistono scelte, punto. e vince chi le fa con il cuore più leggero che mai. l'eroe moderno è chi non soccombe all'ansia da prestazione della perfezione. chapeau. il serenamente imperfetto è il mio eroe. perché io che ho l'ansia da prestazione, da decisione, da post decisione e da esistenza, più generalmente intesa. posso solo guardare con ammirazione chi vive con il senno di mai. chi vive nel fatalismo cognitivo semplicemente e facilmente sceglie, senza farne un dramma. perché tanto esistono scelte, ma nessuna istruzione. io invece questa cosa mal la tollero. mi sarebbe utile, tipo oggi che non ho voglia ed il tempo fa schifo, sapere come si monta la vita in giorni così.
non so dove sia andata ma non è qui.
sono distratta, irritata ed il vento mi mette a disagio.
continuo a pensare che dovrebbero darci delle istruzioni migliori.
che ne so, magari a scuola, tra un gerundio ed una funzione, insegnarci come si fa dopo.
perchè oggi aliz ci chiedeva perchè noi andiamo a lavoro e non a scuola, visto che a scuola lei fa i lavoretti, allora più o meno non cambia. non fa una piega. vaglielo a dire che a scuola dove impari le cose utili ci continui ad andare per sempre, che quella è proprio la vita fuori che ti insegna. le quattro mura e le maestre non te le danno mica le istruzioni per dopo. i lavoretti ti servono per capire qualche cosa, ma per capire che puoi capirla serve tempo. e serve il senno. il senno di mai, quello che di volta in volta ti salva perchè ti fa fare le cose più o meno giuste, senza guardare troppo indietro e nemmeno troppo avanti. il senno che guarda al contesto. con la consapevolezza che la scelta giusta non esiste, perché di per sé il concetto di giusto e sbagliato è opinabile, fuorviante ed indiscutibilmente sopravvalutato. esistono scelte, punto. e vince chi le fa con il cuore più leggero che mai. l'eroe moderno è chi non soccombe all'ansia da prestazione della perfezione. chapeau. il serenamente imperfetto è il mio eroe. perché io che ho l'ansia da prestazione, da decisione, da post decisione e da esistenza, più generalmente intesa. posso solo guardare con ammirazione chi vive con il senno di mai. chi vive nel fatalismo cognitivo semplicemente e facilmente sceglie, senza farne un dramma. perché tanto esistono scelte, ma nessuna istruzione. io invece questa cosa mal la tollero. mi sarebbe utile, tipo oggi che non ho voglia ed il tempo fa schifo, sapere come si monta la vita in giorni così.
giovedì 22 febbraio 2018
la morte è una rottura.
la morte è una rottura di scatole.
per chi se ne va, che non può più fare colazione al bar e dare baci.
per chi resta, che deve fare senza.
e poi c'è che ti invade quel magone, quello che vorresti dire "ma che cazzo!", però sembra brutto dire parolacce ai morti, così non lo puoi dire cazzo e resta solo il magone.
e le lacrime di quelli che piangono.
che ci anneghi dentro a quelle per quanto ti fanno sentire inutile.
e ti riviene la voglia di dire "cazzo", ma non ti sembra il caso di dire parolacce in faccia a chi soffre. e finisci per fare l'espressione più composta che puoi e sistemarti nel tuo disagio.
perchè non sai dove metterti, cosa dire e quanto restare.
la morte è una rottura di scatole.
e quando morirò io fate quello che volete, ma fatelo per voi non per me.
mia sorella dirà parolacce e lasciatela fare.
e ditele anche voi, senza problemi, perché vorrei non fosse così tanto una rottura.
piangete, se vi pare, oppure no, ma non ditevi di non piangere che fa piangere di più.
e nemmeno di non essere tristi, è una cazzata.
certo che sarete tristi, cazzo. la morte è sempre triste.
e se qualcuno non piange, lasciatelo stare,
potrebbe avere dentro un uragano.
restate finché non sentite il disagio, poi andate.
e fate nocchette tra voi o abbracciatevi scompostamente.
ballate magari, balli brutti e ridicoli. così vi verrà da ridere.
perché la morte è una rottura di scatole.
e pure di equilibri,
rompe l' illusione di eternità.
ma rompe di più se rimane dentro a chi resta.
quindi meglio lasciarla ai morti la morte
e trovare il modo di ricomporre i pezzi dopo la rottura.
e dimenticarsene.
però, diciamolo, che organizzazione del cazzo questa vita!
per chi se ne va, che non può più fare colazione al bar e dare baci.
per chi resta, che deve fare senza.
e poi c'è che ti invade quel magone, quello che vorresti dire "ma che cazzo!", però sembra brutto dire parolacce ai morti, così non lo puoi dire cazzo e resta solo il magone.
e le lacrime di quelli che piangono.
che ci anneghi dentro a quelle per quanto ti fanno sentire inutile.
e ti riviene la voglia di dire "cazzo", ma non ti sembra il caso di dire parolacce in faccia a chi soffre. e finisci per fare l'espressione più composta che puoi e sistemarti nel tuo disagio.
perchè non sai dove metterti, cosa dire e quanto restare.
la morte è una rottura di scatole.
e quando morirò io fate quello che volete, ma fatelo per voi non per me.
mia sorella dirà parolacce e lasciatela fare.
e ditele anche voi, senza problemi, perché vorrei non fosse così tanto una rottura.
piangete, se vi pare, oppure no, ma non ditevi di non piangere che fa piangere di più.
e nemmeno di non essere tristi, è una cazzata.
certo che sarete tristi, cazzo. la morte è sempre triste.
e se qualcuno non piange, lasciatelo stare,
potrebbe avere dentro un uragano.
restate finché non sentite il disagio, poi andate.
e fate nocchette tra voi o abbracciatevi scompostamente.
ballate magari, balli brutti e ridicoli. così vi verrà da ridere.
perché la morte è una rottura di scatole.
e pure di equilibri,
rompe l' illusione di eternità.
ma rompe di più se rimane dentro a chi resta.
quindi meglio lasciarla ai morti la morte
e trovare il modo di ricomporre i pezzi dopo la rottura.
e dimenticarsene.
però, diciamolo, che organizzazione del cazzo questa vita!
martedì 9 gennaio 2018
puntuale come ogni anno arriva l'anno nuovo.
per una serie di circostanze non ho avuto il tempo di salutarlo per bene l'anno vecchio e questo qui si è presentato già bello insediato, mentre i miei trentasette anni si insinuavano nella mia biografia, mantenendo un basso profilo ed alte aspettative.
ma comunque, anche senza di me, puntale come ogni anno è arrivato anche quest'anno, l'anno nuovo.
un duemiladiciotto che già ho cominciato a caricare di grandi responsabilità, perché possa essere al passo del suo predecessore, tutto dedicato a cose nuove e cambiamenti che ora devono solamente essere messi a regime e trovare un posto comodo nella vita quotidiana e nella mente affollata.
ho le rughe e questo mi diverte e ad ognuna potrei dare un nome.
rispolvero per quest'anno nuovo una determinazione d'antica data, con l'aggiunta di una carica che la maternità mi ha messo in mano come una bomba ad orologeria e una calma che cinque anni fa mi fu regalata da una barba che non ho più lasciato andare. spero che lui, il duemiladiciotto, sia all'altezza delle mie energie che sono ricaricate da quelle instancabili di una Alice Zoe che è esattamente come avrei voluto che fosse. e non mi frega niente se è merito, proiezione o coincidenza, ma lei è talmente sveglia e intensa che a me piace molto pensare di voler essere alla sua altezza.
il che vuol dire che ho ancora un infinito lavoro da fare.
ma comunque, anche senza di me, puntale come ogni anno è arrivato anche quest'anno, l'anno nuovo.
un duemiladiciotto che già ho cominciato a caricare di grandi responsabilità, perché possa essere al passo del suo predecessore, tutto dedicato a cose nuove e cambiamenti che ora devono solamente essere messi a regime e trovare un posto comodo nella vita quotidiana e nella mente affollata.
ho le rughe e questo mi diverte e ad ognuna potrei dare un nome.
rispolvero per quest'anno nuovo una determinazione d'antica data, con l'aggiunta di una carica che la maternità mi ha messo in mano come una bomba ad orologeria e una calma che cinque anni fa mi fu regalata da una barba che non ho più lasciato andare. spero che lui, il duemiladiciotto, sia all'altezza delle mie energie che sono ricaricate da quelle instancabili di una Alice Zoe che è esattamente come avrei voluto che fosse. e non mi frega niente se è merito, proiezione o coincidenza, ma lei è talmente sveglia e intensa che a me piace molto pensare di voler essere alla sua altezza.
il che vuol dire che ho ancora un infinito lavoro da fare.
aria strana.
certe sere la senti con tutta la sua consistenza l'aria strana.
la senti come i vestiti che ti si attaccano addosso e i capelli che sembrano essere lì solo per farti un dispetto. perchè quando l'aria è strana il tuo corpo non collabora con interesse. le gambe non reggono il peso e le braccia sono pesanti ed inutili. l'aria strana ti fa venir voglia di indossare quelle tute degli astronauti e sentirti goffo per qualcosa che metti e non per qualcosa che sei.
e a me escono sempre più parole del necessario in periodi così. mi escono più parole e più pensieri di quelli che il mondo può tollerare.
ma con l'età ho imparato a tenerli per me.
la senti come i vestiti che ti si attaccano addosso e i capelli che sembrano essere lì solo per farti un dispetto. perchè quando l'aria è strana il tuo corpo non collabora con interesse. le gambe non reggono il peso e le braccia sono pesanti ed inutili. l'aria strana ti fa venir voglia di indossare quelle tute degli astronauti e sentirti goffo per qualcosa che metti e non per qualcosa che sei.
e a me escono sempre più parole del necessario in periodi così. mi escono più parole e più pensieri di quelli che il mondo può tollerare.
ma con l'età ho imparato a tenerli per me.
un senso ce l'avrà.
chissà perchè è sempre rimasto in bozze e non ha mai avuto una fine. gli faccio prendere un po' d'aria mentre salvo in bozze i pensieri di oggi che sono troppo spettinati per incontrare il pubblico.
quando chiusi con Lostraniero impiegai una settimana ad elaborare il lutto.
il lunedì ero depressa, il mercoledì ragionevole, il sabato impacchettavo le chiavi da reinviargli a quella che continuava a chiamare la nostra casa.
ancora per qualche giorno sentivo la mancanza dell'odore di quella casa madrilena e un po' di nostalgia della sicurezza che mi dava la sua voce.
risolveva problemi Lostraniero e vivere con lui per nove mesi mi aveva reso una donna quasi normale. voleva dei figli e comprava sempre più cibo del necessario. avevamo le scorte come fossimo una famiglia. ci sembravamo quasi, una famiglia. incastravo credibilità in un gioco di ruolo. proprio come quando da piccola giocavo a bambole grandi e non tolleravo il bambolotto fuori misura di mia sorella. ma lì, in Vallecas, c'era quel particolare diventato sempre più ingombrante, più delle scorte di cibo. quel fatto che le cose che avevo in testa non gli interessavano più di tanto. quando provavo a condividere alcuni pensieri vedevo materializzarsi una ruga sulla sua fronte, ad incorniciare uno sguardo attento. perchè ci provava ad ascoltarmi, anche se non aveva chiaro perchè fosse importante per me condividere, aveva imparato ad impegnarsi. sempre molto apprezzato quell'impegno lì. solo che in quei momenti avevo l'assoluta certezza che non avesse la più pallida idea del perchè perdevo tanto tempo a pensare cose così inutili. a volte mi veniva voglia di pensare che avesse ragione.
quando, invece, chiusi col calvo la prima settimana stavo ancora cercando di capire se avevamo chiuso davvero. e sono convinta che il problema fosse che quella ruga non gliel'ho mai vista uscire.
forse perchè con lui non ho mai convissuto. forse perchè con lui non ci sono nemmeno mai stata, in realtà. quindi il tempo di fare scorte di cibo non l'ho mai avuto. d'altronde non credo ne avremmo mai fatte, nè voluto farne. qualche bottiglia e tante parole a caso erano nutrimento sufficiente. volendo essere ragionevoli era una cosa irragionevole. ma non è che mi andasse oltremodo ragionare, in verità. avevo solo l'assoluta certezza che lui sapesse perfettamente quanto fosse utile per entrambi passare tanto tempo a pensare cose inutili. e a volte mi veniva voglia di pensare che avesse torto.
eppure quando chiusi con lui senza aver mai veramente aperto non mi mancavano cose. non avevo odori da ricordare nè chiavi da restituire. mi mancava solo lui. nonostantettutto.
era tutto molto diverso dalla mia vita precedente, quella da cui scappavo quando arrivai in Vallecas e quella che non c'era più quando tornai. una normalissima vita che avevo impiegato dieci anni a fuggire per poi non riuscire a chiuderla nemmeno se era lei a non volermi più dentro.
dalla mia vita precedente non mi sono mai licenziata, sono scappata, quando non c'era più niente di me dentro. in realtà per le mie condivisioni non c'era stato spazio nemmeno lì probabilmente.
ma ci avevo messo più di dieci anni a capirlo e diversi vasi irrimediabilmente rotti. per fortuna.
così quando arrivò lui, avevo finalmente posto per qualcuno oltre me.
quando chiusi con Lostraniero impiegai una settimana ad elaborare il lutto.
il lunedì ero depressa, il mercoledì ragionevole, il sabato impacchettavo le chiavi da reinviargli a quella che continuava a chiamare la nostra casa.
ancora per qualche giorno sentivo la mancanza dell'odore di quella casa madrilena e un po' di nostalgia della sicurezza che mi dava la sua voce.
risolveva problemi Lostraniero e vivere con lui per nove mesi mi aveva reso una donna quasi normale. voleva dei figli e comprava sempre più cibo del necessario. avevamo le scorte come fossimo una famiglia. ci sembravamo quasi, una famiglia. incastravo credibilità in un gioco di ruolo. proprio come quando da piccola giocavo a bambole grandi e non tolleravo il bambolotto fuori misura di mia sorella. ma lì, in Vallecas, c'era quel particolare diventato sempre più ingombrante, più delle scorte di cibo. quel fatto che le cose che avevo in testa non gli interessavano più di tanto. quando provavo a condividere alcuni pensieri vedevo materializzarsi una ruga sulla sua fronte, ad incorniciare uno sguardo attento. perchè ci provava ad ascoltarmi, anche se non aveva chiaro perchè fosse importante per me condividere, aveva imparato ad impegnarsi. sempre molto apprezzato quell'impegno lì. solo che in quei momenti avevo l'assoluta certezza che non avesse la più pallida idea del perchè perdevo tanto tempo a pensare cose così inutili. a volte mi veniva voglia di pensare che avesse ragione.
quando, invece, chiusi col calvo la prima settimana stavo ancora cercando di capire se avevamo chiuso davvero. e sono convinta che il problema fosse che quella ruga non gliel'ho mai vista uscire.
forse perchè con lui non ho mai convissuto. forse perchè con lui non ci sono nemmeno mai stata, in realtà. quindi il tempo di fare scorte di cibo non l'ho mai avuto. d'altronde non credo ne avremmo mai fatte, nè voluto farne. qualche bottiglia e tante parole a caso erano nutrimento sufficiente. volendo essere ragionevoli era una cosa irragionevole. ma non è che mi andasse oltremodo ragionare, in verità. avevo solo l'assoluta certezza che lui sapesse perfettamente quanto fosse utile per entrambi passare tanto tempo a pensare cose inutili. e a volte mi veniva voglia di pensare che avesse torto.
eppure quando chiusi con lui senza aver mai veramente aperto non mi mancavano cose. non avevo odori da ricordare nè chiavi da restituire. mi mancava solo lui. nonostantettutto.
era tutto molto diverso dalla mia vita precedente, quella da cui scappavo quando arrivai in Vallecas e quella che non c'era più quando tornai. una normalissima vita che avevo impiegato dieci anni a fuggire per poi non riuscire a chiuderla nemmeno se era lei a non volermi più dentro.
dalla mia vita precedente non mi sono mai licenziata, sono scappata, quando non c'era più niente di me dentro. in realtà per le mie condivisioni non c'era stato spazio nemmeno lì probabilmente.
ma ci avevo messo più di dieci anni a capirlo e diversi vasi irrimediabilmente rotti. per fortuna.
così quando arrivò lui, avevo finalmente posto per qualcuno oltre me.
un anno fa.
oggi un anno fa oggi la fine degli esami sembrava lontana anni luce, il monolocale al centro puzzava di muffa, fumavo ancora, sentivo a ripetizione la canzone di gotye, ero più abbronzata di ora, mangiavo tante patatine ed ero invischiata in pantani emotivi che facevano di me la fiera espressione dell'incoscienza sentimentale che si può raggiungere nei pantani amorosi.
non avevo ancora incrociato la parte più rilevante di quello che sarebbe stato il mio futuro anno e perdevo la testa dietro un saggio che attualmente è sul mio desktop ultimato.
mi capita spesso di fermarmi a pensare a quello che un anno addietro stavo facendo questo stesso identico giorno. e guardarmi indietro un anno addietro, quest'anno quello che vedo è molto curioso.
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