[continua]
Stavo ancora decidendo come esistere da sorda, che quello già stava diventando un irrisorio problema secondario.
Il principale stava arrivando, tra capo e collo, anzi più precisamente sulla mia testa, in piena modalità Pollyanna, distratta dagli oppiacei di Pollon.
Se devo essere didascalica colloco il palesarsi della nuova carta imprevisti, nel momento in cui nero su bianco ho letto “tumore”, anche se poi, in qualche modo, a quel momento ci sono arrivata da più lontano, talmente lontano che non lo so veramente quale sia l’inizio. Era nell’aria.
Ma procediamo cercando un minimo di logica nel caos, collocando il tempo zero alle 18.10 del 14 ottobre 2025.
Posso essere precisa perché stavo facendo lezione in facoltà e mancavano ancora dei minuti alla fine della giornata, presa com'ero dal dibattito sull'influenza sociale.
Quella è la mia parte preferita del corso, da sempre.
Quando i ragazzi sono coinvolti e fanno domande, aprendo questioni sempre più complesse e intriganti, non mi accorgo sempre del tempo che passa e può succedere che superiamo anche l'orario di fine lezione. Ma quel giorno era diverso.
Per quanto tolga sempre la suoneria, lascio il cellulare sulla cattedra per tenere conto del tempo che resta le pause etc e quel pomeriggio il numero che con insistenza mi stava cercando, per la terza volta nel giro di 30 minuti, continuava a distrarmi.
Ignoro sempre le telefonate, lo confesso, proprio come strumento di sopravvivenza.
Sono figlia dei miei tempi e, diciamolo, per netiquette la regola vuole che si passi per i messaggi whastapp per sondare la disponibilità. Chi insiste o è un centralino o un corriere amazon. E non avevo consegne in attesa. Da qui, se non sono numeri che ho nominati in rubrica non rispondo. Un brutto vizio che aumenta con l’ipercomunicazione.
Se qualcuno mi vuole veramente, mi trova.
E se non mi trova, mi troverà.
Stavolta invece ho richiamato. Non lo so perché.
Segreteria telefonica di Synlab “Gli uffici sono aperti dalle 8 alle 18”. Cavolo, per qualche minuto. Ma io aspettavo la risposta della risonanza fatta il giorno prima, solo per il 16. Anticipare di due giorni una comunicazione non ha senso, se non quello di urgenza. Ma se devo dire che sono stata così lucida in quel momento, mentirei.
Sentivo solo che era strano. Qualcosa non stava andando nel verso giusto. Sentivo nella mente tutte le persone che continuavano a ripetere che ovviamente sarebbe "andato tutto bene" e ricordavo quanto odiasse durante i primi giorni del covid mio padre questa frase. “Andrà tutto bene”. Tutto bene il cazzo. Chiusi in casa, a cantare dai balconi come i carcerati e fittare cani per camminare, mentre migliaia di persone morivano: andrà tutto a fanculo. Infatti mio padre durante il covid ci è morto e noi sopravvissuti abbiamo pagato lo scotto di quel periodo per anni.
Odio in generale chi approccia con ottuso entusiasmo alle cose. Può andare tutto in vacca con le stesse probabilità che vada tutto divinamente. Se non sei Nostradamus o Doc Brown non puoi saperlo.
Ad ogni modo, quella sera, in quell’aula S al quinto piano di corso vittorio emanuele, come in un brutto montaggio, un po’ di puntini si stavano unendo a formare un quadro bruttissimo.
Ma tutto troppo veloce per essere lucidamente chiaro.
Mentre con una mano chiamavo Charlie dall’iphone, con l’altra cercavo maldestramente di entrare dal computer di facoltà nella mia area sul sito synlab, recuperando password da non ricordo nemmeno più quale documento.
Credo che per qualche tempo non meglio definito il fiato sia rimasto in sospeso. Non credo neanche che il cuore battesse e il sangue scorresse nelle vene. Per un tempo indefinito non ho percepito funzioni vitali.
Ho chiuso il telefono per provare a far funzionare il lentissimo pc della facoltà davanti a me, chiedendo a Charlie di provare a sua volta dal suo ufficio. Non ricordo chi ha richiamato chi, ma ero di nuovo al telefono con lui mentre leggevo il referto di cui ho un ricordo grossolano ma che suonava così:
NEURINOMA DELL’ACUSTICO.
Tumore benigno di 4 cm e tot con espansione sul tronco encefalico.
Si suggerisce con urgenza visita neurochirurgica.
Le parole erano sparse sul foglio, non c’era un ordine preciso. C’era un fatto voluminoso da qualche parte che non sembrava un complimento nel contesto.
“Cazzo.”
Lo abbiamo detto tutti e due mentre cercavamo di capire come mettere insieme pezzi, emozioni, ragione. Cercavamo di restare lucidi, ma - diciamolo - se leggi tumore e urgenza, a prescindere da quello che c’è intorno, la lucidità un po’ parte per la tangente.
Il ricordo successivo è direttamente di me su corso vittorio emanuele che con il telefono ancora in mano, intenta a scrollare la rubrica, rispondo al numero di prima. Era la signora synlab.
Gli uffici erano chiusi, ma loro volevano assicurarsi avessi letto il referto. Mi rendevo conto che la parola urgente scritta ben evidente per loro era particolarmente importante, tanto da farmi chiamare la quarta volta e fuori orario e farmi ripetere che avessi capito almeno due volte.
Vorrei rassicurarla, oggi, la donna che mi ha chiamato. Forse ringraziarla o scusarmi perché al momento l’avevo trovata eccessivamente zelante e ridondante. Non so. Lì per lì non era nella mia top five di persone preferite.
Lei sapeva prima di me, anche ora che non sa come è andata a finire. Chissà a quante persone ha chiamato fuori orario per assicurarsi avessero ricevuto le comunicazioni urgenti che non era riuscita a dare in orari d’ufficio.
Persone così dovrebbero avere delle onoreficienze, non so. Quei semi invisibili per cui le vite delle persone sconosciute sono importanti.
Ad ogni modo, mentre chiudevo con la signora synlab, pensavo che dovevo chiamare la mamma del migliore amichetto di mio figlio. Non è un medico, ma la prima volta che ci siamo conosciute metteva sondine sul cervello di samu per un test che scongiurasse qualcosa di grave da quelle parti. In quel momento l’unica interprete plausibile di quel referto in ostrogoto che d’improvviso rendeva le mie due lauree, il dottorato e il master, tutti in materie umanistiche, i percorsi più inutili al mondo e io la persona più vicina ad un analfabeta funzionale che mi venisse in mente.
Lavorando al ospedale, per quanto pediatrico, nel reparto di neurologia, lei era nella mia mente una di quelle persone che sopravvivrebbero con più probabilità di me ad una apocalisse zombie.Tutti quelli coloro che hanno lavori correlati ad attività sanitarie, di diritto, sarebbero salve, con pochi altri. Questo è parametro con cui da ottobre, abbiamo preso a valutare l’utilità sociale di qualcuno, di cui, ovviamente, la maggior parte dei miei amici e affini non fa parte.
Ad ogni modo in quel momento avevo solo bisogno di qualcuno che mi spiegasse che dicevano le parole attorno a tumore e urgenza e non volevo sensazionalismi. In quel momento di totale non-lucidità, la sua consueta freddezza era l’unica cosa che mi serviva. In pochi minuti avevo avuto una spiegazione tecnica, dal suo collega neurologo e il nome di un primo neurochirurgo affidabile a cui rivolgermi, se avessi voluto anche tramite i loro contatti.
I minuti nella funicolare che mi riportava al vomero sono stati rimossi con un grande glitch del sistema. Nei miei ricordi dalla telefonata di corso vittorio emanuele mi ritrovo direttamente su una panchina a piazza Vanvitelli, al telefono con mia sorella, a cui vomito tutto senza troppa linearità, dagli esiti e le relative telefonate, per giustificare la totale impossibilità di dare risposte su cose di lavoro.
[continua]
Come succede nei sogni, ricordo direttamente Ilaria accanto a me mentre cammino su via scarlatti che mi ripete che “piano piano si fa tutto”. Lei è ansiosa, ma in quel momento avevo la sensazione che fosse calmissima e non capivo se stavo esagerando io o non capendo lei. Fatto sta, che nella mia tanatosi mentale la sua apparente lucidità mi sembrò rincuorante.
Da quel momento in avanti è tutto un groviglio indistinto di ricordi e io una barchetta in mezzo al mare che si lascia portare dalle onde.
Non ricordo pensieri o cronologia di accadimenti.
Il giorno dopo, questo lo ricordo, so di aver sentito il mio otorino dal terrazzo dell’università, dopo una seduta di laurea che mi era sembrata più lunga del solito. Come sospettavo aveva immaginato il problema e insisteva coma la signora synlab sull’urgenza di sentire un neurochirurgo. Anche con lui ricorreva lo stesso nome fattomi il giorno prima, nome confermato poi in poche ore dall’amico di famiglia, neurologo, contattato da mia madre, che aveva fissato con lui a pochissismi giorni un appuntamento in intramoenia. Tutto velocissimo. Quei momenti in cui la testa è vuotissima e tutto sembra seguire un suo corso che non ti prevede più di tanto.
Di quei giorni ho solo flash di alcuni momenti, che mi portano direttamente all’Ospedale del Mare, nella stanza del prof che mi avrebbe aperto il cranio, con Charlie e Vale, all’interno del bianchissimo, silenziosissimo e pulitissimo reparto di neurochirurgia.