Quella volta che ho perso l’equilibrio avevo 44 anni.
Proprio nel momento in cui pensavo di essere all’apice del controllo, sono caduta.
Ed è ironico che quella che può sembrare una metafora, in realtà, sia esattamente quello che è accaduto.
Sono letteralmente caduta dalla sedia, semplicemente accavallando le gambe.
In qualche modo la storia comincia da lì, dall’ incontinenza di equilibrio, anche se è sicuramente più antica e coinvolge vari disagi con i quali convivevo distratta e beata da tempo.
Se potesse parlare il mio corpo, i miei nervi in particolare, che da un momento all’altro si son trovati avviluppati ad un oggetto non identificato, dal romantico aspetto a forma di cuore e affetto da elefantiasi, probabilmente la vicenda avrebbe un’altra prospettiva e altro inizio.
Ma io ho solo la mia di prospettiva, disordinata, parziale e alterata, come solo le biografie sanno essere e che in qualche modo comincia da quando ho scoperto di aver perso l'udito a causa di un tumore di oltre 4 cm che occupava, ormai, tutto il mio cervelletto.
Lo chiameremo Rino e lo sgambetto era lui a farlo, da dentro.
Successe quella mattina di ottobre, quando entrai accelerata, come sempre, nello studio di mia sorella, parlando a voce troppo alta di quello che andavo a pianificare tra le sue priorità della giornata. Tutto comincia direttamente da lì, a giornata inoltrata e direttamente con me che entro nello studio e mi siedo sulla kartell trasparente, cadendo come un birillo.
Parlare veloce e ad alta voce è sempre stata la mia cifra, mentre dire a mia sorella le sue priorità lo è diventata negli ultimi anni, come soluzione strategica all’aumentare progressivo delle scadenze.
In qualche modo il mio lavoro è fare la monaca delle 33 e farlo con Ilaria è la parte più impegnativa. Abbiamo uno studio di design della comunicazione e se il direttore creativo parte per la tangente o, come diciamo quaggiù, “si inceppa” su qualche progetto in particolare, tutti noi altri possiamo aspettare giorni prima di chiudere una qualunque deadline. Quindi, da diversi anni a questa parte, una delle mie priorità è rompere le palle a mia sorella, ogni giorno, di tutti i giorni dell’anno.
Quel martedì di inizio ottobre, ricordo di essermi diretta verso una delle due sedie per gli ospiti, con la consueta concitazione: mentre sistemavo in modo disordinato agenda e blocchi sulla sua scrivania, cercando di attirare la sua attenzione, del tutto dedicata a qualche altra cosa sui due schermi del suo grande tavolo bianco. Così, mentre mi accingevo a sedermi…sbam!
Non che possa ricordare la sequenza esatta, ma sedermi, accavallare le gambe e cadere fu un tutt’uno.
Così come rialzarmi ridendo e, nel vedere la sua faccia preoccupata, cercare di tranquillizzarla con l’inconsueta osservazione “non ti preoccupare non è la prima volta!”.
Ad oggi, nel ricostruire tutto, il suo ricordarmi quanto fossi insana a normalizzare cose così strane, non suona poi così fuori luogo.
Erano mesi, forse anni, che non sentivo bene dall’orecchio destro, ma era diventato quasi un vezzo. Come la miopia. Unendo le due cose mi sembrava normalissimo che le porte mi venissero addosso e la confusione o i rumori forti mi creassero disagio. “Non vedo, quindi non sento” dicevo - e ne ero convinta.
Quei lenti declini che non trovavo mai il tempo di risolvere, erano diventati parte del mio essere un po’ fuori dalle righe, in un mix di età, carattere e stress, che erano validissime cause di qualunque disagio sopraggiungesse.
Senza neanche coinvolgermi nella decisione uscì dalla stanza e tornò pochi minuti dopo comunicandomi il giorno e l’ora della visita dall’otorino per entrambe.
Non replicai, incassai e aggiunsi al calendar. Era arrivato il momento di togliere il tappo di cerume o risolvere in qualche modo quella che alla mia età era un imbarazzante ed evitabile fastidio, soprattutto per la socia di uno studio di comunicazione e docente ma, diciamolo, per una persona qualunque, in generale.
Avevo 44 anni sulla carta, meno in apparenza, grazie alla bassa statura, il corpo minuto e tutto sommato in forma, grazie a due anni di pilates frequentato con una costanza di cui, diciamolo, andavo molto orgogliosa.
Venivo da anni di disturbi gastrointestinali, curati creativamente prima con l’omeopatia poi, con benzodiazepine. Perché, anche per quello, la colpa la davo allo stress.
Due figli, uno studio creativo da mandare avanti, i ragazzi da coordinare e i clienti da gestire. Poi il corso all’università, con gli studenti e le loro esigenze, le public relations di una millennial adulta, tutto mantenuto in piedi con ritmi concitati per disposizione, ma anche un po’ a causa di un’ansia travestita da iperattività, di lunga data.
Quando andammo dal dottore delle orecchie era pomeriggio inoltrato e fuori, essendo autunno, era già buio.
Lo stato d’animo era tranquillo e noi continuavamo a parlare di lavoro nelle stanze antiche dello studio di via belvedere. Lui non lo conoscevo: un piccolo uomo anzianotto dalla faccia dolce e seria.
La sua stanza era particolarmente piccola rispetto alla sala d’aspetto e aveva al suo interno un ripostiglio ancora più piccolo che mi ricordava le stanze degli esperimenti psicosociali del secolo scorso che raccontavo in aula. Dopo qualche domanda generica del perchè e percome ero lì, eccomi chiusa nella stanza a matrioska, che da un vetro guardavo con delle vecchie grandi cuffie il dottore, seduto dietro al suo macchinario. Il compito era semplice: alzare la mano quando sentivo rumori o vibrazioni. Potevo farcela. Mi sembrava anche di non essere andata malissimo, tutto sommato.
Da qui il mio stupore quando mi disse che aveva riscontrato una “grave ipoacusia monolaterale destra”. Fu tranquillo e dettagliato nello spiegarmi cosa volesse dire e che dopo alcuni approfondimenti, avremmo dovuto lavorare per mantenere il sinistro in forma.
Era un’altalena di informazioni buone e drammatiche, perchè ogni cosa grave che diceva l’ammortizzava con oggettive dichiarazioni rincuoranti per il lato sano. Io però continuavo ad aspettare che mi desse una cura e che arrivassimo al punto in cui mi avrebbe dato le medicine o chissà quale modernissima terapia per risolvere il mio problema. Invece nulla.
Capiamoci, io sono un capricorno. I problemi non mi turbano, io li risolvo. Mi metto, seria e concentrata e li risolvo. Ma col senno di poi più che approccio pragmatico in quel momento ero più Pollyanna sotto effetto degli stupefacenti spacciati da Pollon.
Cercava modi carini per dirmelo, ma la verità era che a 44 anni - e forse da molto prima - io ero e sarei stata per sempre sorda da un lato. Punto.
Non l’avrei più recuperato l’udito.
Un’influenza, il covid, un’ otite non curata o chissà che altro; potevano essere tante le cause, di quella che al momento era plausibilmente etichettabile come un danno virale.
Qualunque fosse stata la causa ormai il pastrocchio era fatto e non era recuperabile. Mancava però un tassello per chiudere la diagnosi e proseguire con il protocollo per l’orecchio sano: risonanza elettromagnetica al cervello. Ma non una normale, una con contrasto e anzi, per la precisione due, una all’intero cervello e una solo al lato destro.
“Solo per protocollo, ovviamente”, ci teneva ripetutamente e insistentemente a precisare il dottore.
Lui parlava ma io stavo solo cercando di capire come dovevo approcciarmi alla neonata diagnosi.
Ero sorda ad un orecchio. Lo sarei stata per tutta la vita. Punto.
Uscii di lì stordita e incazzata, turbata per la disabilità che mi avevano appena azzeccato addosso, ma cercando come sempre di sdrammatizzare.
Dovevo capire come fare a convivere con quella situazione e dovevo prima passarci attraverso per assorbirla.
[continua]
Nessun commento:
Posta un commento