lunedì 30 agosto 2010

d come dresda, d come me


la notte prima di partire non ho dormito. la notte prima di partire pensavo che ero stanca e non mi andava poi così tanto ricominciare a viaggiare. ma poi è bastato un piede in aereoporto per cancellarla, quella notte insonne, i suoi sogni ricorrenti e i risvegli nervosi. è bastato un piede in aereoporto per farmi sentire nel posto giusto, il posto "verso", che è quello che mi si addice di più. tra voli cancellati ed altri riorganizzati sono arrivata a destinazione, sono arrivata all'appuntamento con il mio viaggio. un viaggio che si era fermato ad una conferenza internazionale - quasi un anno fa - e che sembra essere ricominciato ora, con un'altra conferenza internazionale. conferenziera mi chiamò il mio conferenziere ed io ridevo. ed io rido a vedermi lì che parlo il mio inglese zoppicante, ostentando una sicumera, che per chi lo sa, è tutta scena. ma lì, in inglese, non si capisce che sto bluffando. lì in inglese, con i tacchi, il badge e il proiettore io sono una conferenziera. e conferenzo. ed ho conferenzato nella città con la d.
d come me, è così che è la città del mio viaggio, è come me, una piccola opera d'arte. un centro denso ed affascianante e tutt'intorno un mondo in costruzione. proprio come me, d, la città del mio viaggio. porta la sua storia con le storie che l'hanno definita, ma è tutta da (ri)costruire. l'hanno distrutta, ma lei, d, è tornata in piedi.e poi è una città sul fiume ed io le adoro le città sul fiume, perchè ci sono i ponti. ed i ponti sono oltremisura romantici, sono oltremisura rilassanti. e d romantica lo è. e d rilassante lo è. d'altronde a d ci ho trovato un pezzetto di famiglia, nel mio hotel stile ikea. era lì nella hall di quell'hotel con il suo pc ed il suo sguardo familiare. era lì, il mio pezzetto di famiglia. era in quella città con la d nell'hotel con la stanza per la televisione come se fosse casa. e quanto abbiamo mangiato lì a d. e quanto abbiamo riso, lì a d. in quel concentrato d'arte con la più bella collezione di sempre. in quel concentrato d'arte che ospita gli angioletti di raffaello. in quel concentrato d'arte che è rinata dalle sue ceneri. così come il mio pezzetto di famiglia. anche lei come d è rinata. anche lei come d si sta ricostruendo ed è stupenda così involontariamente piena di vita com'è.

per le mancherie da fine estate: accenni di un diario di viaggio #3


i bei posti incorniciano bei momenti. è così che succede. il blu del mare dona particolarmente all'umore ed ai ricordi, c'è poco da dire. l'isola e i suoi tempi, l'isola ed i suoi silenzi, l'isola e le sue difficoltà da cittadini in trasferta hanno garantito il fascino esotico del distacco dal mondo reale. il suo essere così lontana dalla quotidianità ha reciso i pensieri pesanti dalle spine del quotidiano. il suo essere così lontana dalla quotidianità ha veicolato il virus della parentesi magica. eppure io sono sicura che la vera magia non è mai una concessione del luogo. la vera magia è l'esclusiva negli occhi di chi lo guarda quel luogo. è quello che ho portato da filicudi oltre le foto e la malvasia; oltre ad una valigia chiusa con approssimazione ed uno zaino provato dalla vita; oltre alle risate che mi rimbombano in testa; oltre ad una dipendenza da arancino da cui è difficile fare astinenza; oltre al desiderio di camminare per sentieri. è quello che ho negli occhi di quei giorni che mi fa sorridere a tradimento ed imbronciare il mento involontariamente. la vera magia è sempre lei: la cura. è stata la voglia di viversi e raccontarsi al momento i momenti intensamente, il tacitamente condiviso bisogno di non lasciare nessun istante all'approssimazione emotiva. farsi entrare nelle vene ogni sciocchezza per fare incetta di condivisione. il tutto per accumulare sorrisi da rivendersi in differita. i bei posti incorniciano bei momenti, ma le belle persone sanno fare di bei momenti un posto speciale dove conservare la voglia di riviverne altri. le mancherie di fine estate non sono la nostalgia di qualcosa che è finito, ma la premura di ricominciare il prima possibile.

diari in aereoporto

gli aereoporti sono lo spazio sospeso del tutto possibile.
a me piacciono. mi piacciono molto. e quando ospitano un po' del mio tempo assecondano il mio delirio di onnipotenza. gli aereoporti sono un non luogo, di conseguenza se un luogo non è un luogo, lì dentro io posso essere e non essere. io posso tutto dentro un aereoporto. tendenzialmente sogno e spesso rido. qualunque sia la meta dei miei viaggi, l'aereoporto diventa la meta-meta verso di me. verso il viaggio che sto per fare e quello che farei insieme a quello che farò. mai quelli che ho fatto. quelli restano puntualmente a terra. mi hanno insegnato a non portare liquidi ed evitare le code, ma sono il passato e quello passa, non vola. negli aereoporti mi prende la viaggezza. la voglia di non fermarmi, di non tornare e di continuare finchè non mi trovo. io all'aereoporto mi trovo sempre e l'unico bagaglio che non mollo è la leggerezza del non portarmi pesi dietro. la viaggezza è la mia incurabile ed inguaribile malattia preferita. quella che nei viaggi reali ed in quelli esistenziali mi spinge ad alleggerire il mio guardaroba emotivo per non andare in overload e rischiare di non partire. io la viaggezza ce l'ho da sempre e sempre con me, ma in aereoporto, esplode, esplode come la peste di camus che non avevo letto. ma rido, perchè so che non è grave, so che è solo viaggezza che mi porta lontano, ma senza mai allontanarmi da me. rido perchè so che non è grave, so che almeno non è quiviagezza...

giovedì 26 agosto 2010

na tazzulell e cafè: accenni di un diario di viaggio #2

c'è un modo per fare il caffè, ma non tutti lo sanno. o forse lo sanno anche tutti gli altri, ma io per davvero, non lo sapevo. forse c'era una grande cospirazione di facitori di caffè che conservava questo segreto per vendicarsi delle mie assuefazioni a qualunque cosa liquida nera mi fosse propinata. non ho mai prestato grande attenzione all'attività in questione. io sono lo scempio di qualunque partenopeo: io bevo nescafè. ma ora, però, lo so, la moka ha un trucco che si chiama "montagnella". o almeno lì, nel microappartamento con soppalco e bagno separato, nell'isola con due strade e un randagio che le unisce, la chiamano montagnella. da questa estate anche io so fare il caffè. nel ventinovesimo anno di vita ho imparato anch'io, da vera napoletana a farlo. anche se ho imparato in sicilia. e così, romanticamente, ogni volta che riempio una macchinetta di polvere nera sorrido pensando a due amiche ed un chiapparo che mi urlano: "la montagnella!!!". o peggio, rido pensando a loro che si premurano di tenermi lontana dai fornelli quando nelle ore più improbabili si levava per il porticciolo un rantolo: "caffeeè?". ora la faccio, consumo uno spropositato quantitativo di materiale, che tendenzialmente, senza il badantaggio di Alicia, brucio lasciandolo in balia del fuoco. però la faccio la montagnella. ed ora fare il caffè non sarà solo un caffè, sarà un sorriso per il ricordo della disattitudine offerta alla mercè dei miei coinquilini estivi.

mercoledì 25 agosto 2010

loving filicudi: accenni di un diario di viaggio #1

leggera leggera così è stata. intensa densa allegra e leggera. è arrivata in sordina, doveva solo passare, poi sono passata io a non volere che passasse. tra una messina ed un bicchiere di malvasia, tra una mulattiera ed un aracino, tra un mojito ed una spaghettata, un'isola imprevedibilmente affascinante ha regalato a questa estate il colore della leggerezza. gli sconosciuti, in incontri fortunosi, hanno il potere di farti sembrare lo scazzafottersene una plausibile filosofia di vita. gli amici, biografie di un'esistenza, hanno il potere di farti sentire al riparo da concessi eccessi di scazzafottitudine. perfetto menàge emotivo di sospensione e condivisione. presunzioni di equilibrio possibile in un luogo dove serve solo un po' di buon umore per ridere di pietre sconnesse e meduse affettuose; un luogo dove il rumore del mare ti entra dalla finestra e ti accarezza il riposo; un luogo dove chilometri di mulattiera e sentieri sterrati sotto il sole dell'ora di punta o nel buio blu della notte diventano una passeggiata divertente. basta una birra e due risate per un invito a cena, basta un ampio terrazzo nel porticciolo per tirar tardi chiacchierando. e la luna che si concede generosa per illuminare il nero dell'isola senza accessori. l'irrintracciabilità ed i tempi senza tempo hanno contribuito a decomprimere il cervello, allargare i polmoni e distendere i pensieri. con l'umore in rilassamento, gli aperitivi al fritto ed alcool hanno contribuito piuttosto ad allargare i miei fianchi e riempire di grasso la mente. torno più tornita, più abbronzata, con la testa vuota e gli occhi pieni. ma sopratutto torno con un estivo sorriso sulla faccia che possa ricordare al mio inverno che il sole arriva sempre.
e che se "me ne scazzafotto" è perchè "non c'ho pensato".