giovedì 30 giugno 2011

in un anticipato rewind.

era un orario intorno alle otto di sera e c'era ancora la luce. molta luce e molto sole. il sole, sopratutto il sole mi sembrava strano perchè ad un orario intorno alle otto di sera non dovrebbe esserci tutto questo sole caldo. invece c'era già da qualche settimana. ed ogni volta fino alle dieci e mezza io mi perplimevo alla stessa maniera. non ci si abitua mai troppo a certe cose. è così che è. ed io al giorno di sera ancora non mi riuscivo ad abituare. e non è che non mi piaccesse. solo, mi perplimeva.
faceva caldo quel tardo pomeriggio intorno alle otto. quel caldo estivo che con l'aria secca ti prosciuga oltre alla gola anche il cervello e non riesci nemmeno a pensare. d'altronde io ero per strada proprio per non pensare, quindi quello del caldo lobotomizzante non era un gran problema.
mangiavo un gelato cioccolata e stracciatella, perchè il caffè non c'era. con due euro nella metropolitana di Sol puoi avere un gelato artigianale che ti fa da scudo all'impatto del caldo sulle scale che ti portano sulla piazza incandescente. però il gusto caffè no, non lo puoi avere. per cui mangiavo il mio gelato cioccolato e stracciatella, senza caffè, sentivo caldo, ma non era rilevante, e la frangetta troppo lunga si prendeva un po' di colpa per il mal di testa che da qualche ora non mi lasciava in pace. gli occhiali tartaruga erano lì dandomi l'aria di una nerd a cui il caldo non interessa, ma la frangetta da' fastidio. avevo una borsa rossa di pelle troppo pesante e la solita shopper con i libri anche lei impropriamente pesante per una passeggiata estiva in centro, al caldo.
eppure, nonostante gli evidenti disagi, continuavo a girare per le strade ormai familiari senza riuscire a voler tornare a casa.
a me piaceva l'idea di tornare in vallecas a farmi una doccia. avevo assolutamente voglia di andare a riposarmi, abbracciata al condizionatore, però non riuscivo a staccarmi da quella passeggiata.
una prematura nostalgia si era insinuata tra la stanchezza e il gelato anticipando di una settimana i prevedibili pensieri della despedida. e con una improvvisa avidità volevo solo lasciarmi entrare nelle vene immagini e sensazioni da farne altro bagaglio.
c'era molta gente quella sera afosa e luminosa. c'è sempre molta gente attorno alla Gran via, ma quella sera sembrava molta più del solito. il caldo era più caldo, il sole più intenso e il mio mal di testa più ingombrante. tutto era molto di più dell'ovvio.
improvvisamente presi a pensare che era il peso dei pensieri degli ultimi mesi a farmi pesare la testa, più che la frangetta o la stanchezza.
la fine della legittimazione alla sospensione cominciava ad insinuarsi con un grave anticipo nella mia mente. non era l'addio alla città. la mia storia con lei era una questione del tutto aperta, ne ero consapevole. era l'addio all'incoscienza, alla leggerezza di mesi in cui il tutto nuovo e tutto assurdo poteva essere tale come in un grande limbo esistenziale. giocare all'erasmus era stato divertente. le promesse di imprevisto mirabilmente mantenute. catapultarmi in questo universo parallelo senza paracadute aveva prodotto il miglior volo di sempre. non c'era un secondo di questi mesi che non era valso la pena vivere intensamente, proprio così come era stato vissuto.
e in questa sera luminosa, per le strade rumorose, li rivedevo e rivivevo tutti in un anticipato rewind.
le facce, gli odori, i colori, tutto si accavallava sotto la frangetta troppo lunga.
non c'era tristezza in quei rigalleggiamenti di vissuto, ma un intenso senso di troppo.
non so se è normale vivere il senso di troppo, ma a me ultimamente la vita mi stava regalando molti momenti troppo. quelli che pensi "come può il mio corpo gestire tutta questa intensità?" e ti sembra talmente troppo che vorresti essere molto più grande e avere una testa smisuratamente più capiente, solo per poterlo contenere tutto quel troppo.
quella sera ad un orario intorno alle otto di sera la mia madrid mi aveva regalato un altro momento troppo e, senza sforzo, nella sua più naturale congenialità con i miei deisderi, mi aveva strappato ancora una volta una promessa.

lunedì 27 giugno 2011

storia di una vertigine

lo stupore ingenuo di un'inquieta notte insonne.
un gioco che smette di giocare.
un improvviso vortice, quel non capire.
il fiato sospeso, nuova apnea tra curiosità e paura.
la confusione, l'incoscienza.
poi, capire.
il sorriso scemo che equilibra la vertigine.
il calore, i colori,
una bici
e la certezza.



smisuratamente

la bici è più grande di me. molto più grande di come dovrebbe essere una bici per la mia piccola misura. e pesa molto più di me. o molto più di quanto dovrebbe pesare una bici per la mia piccola misura. eppure ora è la mia bici e a me, ora, piace che sia fuori misura. perchè stiamo imparando ad andare d'accordo, la bici ed io. e mi piace guidare una bici molto più grande di me.
ogni partenza è ancora difficile, ma poi una volta che le ruote girano le mani stringono il volante, con sempre meno paura, a me succede che non voglio più scendere da lì. perchè mi piace ogni volta di più passeggiare per la montagna in bici, mi piace che non ci siano cellulari, portafogli o civiltà. solo noi e la montagana.
la strada tutta curve, il sole forte sulla schiena, il vento che mi sposta la frangetta. mi piace arrivare al rio e lasciare la bicicletta per terra, all'ombra dell'albero grande e andare a passeggiare per il bosco. mi divertono le facce sempre più familiari degli anziani del pueblo che di settimana in settimana vedono con orgoglio i miei progressi. e lo sgridano, gli anziani del pueblo. lo sgridano per il lasciarmi indietro, quegli indiscreti viejitos del pueblo. ma io lo so che sa dove sono. io lo so che non mi perde di vista. io lo so che c'è. so che sa che lo seguo e che lo seguirei ovunque. io lo so che la bici più grande di me non mi fa paura perchè accanto c'è la sua bici che conosce la direzione, perchè accanto c'è lui sulla sua bici che mi avvisa quando devo cambiare marcia.
perchè la marcia io ho imparato benissimo a cambiarla e so che lui lo sa che ormai so usarla da sola. eppure adora dirmi quando è il momento perchè sa che adoro che sia lui a dirmi quando farlo.

giovedì 9 giugno 2011

"uno stupore acerbo che non sa morire"

e quella maledetta capacità di stupirmi
che strozza le migliori intenzioni di risoluta lucidità.
non era previsto così.
non era previsto affatto.
e io non ho abbastanza parole per pensarla questa cosa qua.


venerdì 3 giugno 2011

azione attenzione

c'è un tempo per ogni cosa. questo l'ho imparato.
c'è un modo per ogni cosa, anche questo l'ho imparato.
e questa cura dei tempi e dei modi diventa lo strumento di definizione della dedizione che si concede alle cose importanti. perchè il principino me l'ha insegnato che quando ci si addomestica ci si assume la responsabilità reciproca della felicità dell'altro.
è un lavoro difficile quello della felicità
ed è un lavoro di squadra, un continuo ridefinire i propri limiti per farli coincidere con quelli altrui. non si può essere felici senza baratto, è uno scambio in cui nessuno perde solo finché c'è reciprocità.
le cose importanti non si possono lasciare al caso o al chissà quando,
hanno l'urgenza dell'attenzione e quel piccolo sacrificio della priorità.
è solo una questione di attenzione. null'altro che attenzione.