nei periodi di maremoto non ha molto senso cercare la riva. arrivarci sarebbe ugualmente impossibile.
sembra più sensato imparare a cavalcare le onde e trovare nuove abilità di equilibrio nel disequilibrio.
lunedì 20 maggio 2013
sabato 11 maggio 2013
valigie vecchie.
in casa, da sola. silenzio.
capita raramente che io sia in casa da sola in silenzio.
di questa casa il silenzio è una delle cose più preziose.
ma usualmente è il contorno. o ci sono le parole o la musica.
osservo le valigie su cui mi ha fatto riflettere ieri stani e mi ascolto lasciando che il silenzio mi stia ad ascoltare.
mi chiedo perchè mi piacciano tanto queste valigie vecchie a fare complemento di arredo. se è vero, come dicono, che trasmettono un senso di precarietà perchè le lascio dominare nella casa più casa che abbia mai avuto?
non è che non ci abbia mai pensato a certe cose, ma le valigie non le avevo mai viste come così evidentemente legate a tutte quelle riflessioni.
siamo arrivati qui da viaggi diversi lui ed io. l'instabilità è la nostra cifra personale. quello che differenziandoci molto ci accomuna è l'essere sempre stati alla ricerca di qualcos'altro. l'altro a prescindere. l'altro da quello che c'era. nella migliore delle situazioni entrava, subdolo e pervasivo, l'altro a farsi spazio dentro e a fare spazio fuori. e si ricominciava puntualmente dalla ricerca.
questa volta, in questa vertiginosa voglia di noi stiamo cercando parcheggio con l'animo di chi non è abituato a fermarsi.
è la prima cosa nella mia vita che vedo senza incertezza ed è con lo stupore delle scoperte che cauta e prudente non lascio andare l'abitudine alla fuga. non fuggirei mai da qui. ma sapere che c'è una valigia vecchia a ricordarmi che la mia natura instabile qui è in casa e non in prigione, in qualche modo mi fa sentire me anche diversa da me.
capita raramente che io sia in casa da sola in silenzio.
di questa casa il silenzio è una delle cose più preziose.
ma usualmente è il contorno. o ci sono le parole o la musica.
osservo le valigie su cui mi ha fatto riflettere ieri stani e mi ascolto lasciando che il silenzio mi stia ad ascoltare.
mi chiedo perchè mi piacciano tanto queste valigie vecchie a fare complemento di arredo. se è vero, come dicono, che trasmettono un senso di precarietà perchè le lascio dominare nella casa più casa che abbia mai avuto?
non è che non ci abbia mai pensato a certe cose, ma le valigie non le avevo mai viste come così evidentemente legate a tutte quelle riflessioni.
siamo arrivati qui da viaggi diversi lui ed io. l'instabilità è la nostra cifra personale. quello che differenziandoci molto ci accomuna è l'essere sempre stati alla ricerca di qualcos'altro. l'altro a prescindere. l'altro da quello che c'era. nella migliore delle situazioni entrava, subdolo e pervasivo, l'altro a farsi spazio dentro e a fare spazio fuori. e si ricominciava puntualmente dalla ricerca.
questa volta, in questa vertiginosa voglia di noi stiamo cercando parcheggio con l'animo di chi non è abituato a fermarsi.
è la prima cosa nella mia vita che vedo senza incertezza ed è con lo stupore delle scoperte che cauta e prudente non lascio andare l'abitudine alla fuga. non fuggirei mai da qui. ma sapere che c'è una valigia vecchia a ricordarmi che la mia natura instabile qui è in casa e non in prigione, in qualche modo mi fa sentire me anche diversa da me.
venerdì 3 maggio 2013
finalmente maggio
finalmente maggio.
caffè, computer, il divano di pelle che comincia a sentirsi inadeguato,
il sole bollente che entra dalla finestra spalancata mi riscalda giusto un braccio, un ginocchio e l'umore. riprendere pantaloncini e canotte è ogni anno il viaggio di Proust con la madeleine in La recherche, così che il cambio di stagione si trasforma in un inventario di ricordi e sensazioni.
segni tangibili di cambiamententi intangibili i vestiti che ho indossato la scorsa estate mi hanno portato esattamente dove sono ora. l'unico posto al mondo dove vorrei essere.
finalmente l'estate è arrivata e il verde del limone simone la rende quest'anno particolarmente benvenuta.
caffè, computer, il divano di pelle che comincia a sentirsi inadeguato,
il sole bollente che entra dalla finestra spalancata mi riscalda giusto un braccio, un ginocchio e l'umore. riprendere pantaloncini e canotte è ogni anno il viaggio di Proust con la madeleine in La recherche, così che il cambio di stagione si trasforma in un inventario di ricordi e sensazioni.
segni tangibili di cambiamententi intangibili i vestiti che ho indossato la scorsa estate mi hanno portato esattamente dove sono ora. l'unico posto al mondo dove vorrei essere.
finalmente l'estate è arrivata e il verde del limone simone la rende quest'anno particolarmente benvenuta.
domenica 28 aprile 2013
feticismo time.
il contrabbasso poggiato al muro mi guarda fingendo indifferenza, è immenso e delicato che credo non esista strumento più affascinante.
la chitarra sul divano sa di non essere al posto giusto, ma sa anche che avendomi regalato la destrezza del primo rif della mia vita non le direi niente.
gli occhiali sul tavolo rischiano la loro vita ad ogni mio movimento, esattamente come l'ipad che è sempre dove non dovrebbe essere.
e il mac che si apre da solo, i quadri appena appesi dritti sul muro storto, gli accendini che sono ovunque, ma mai quando gli servono. e la tazza azzurra, il diapason, le cicche e tutti quei minuscoli particolari che portano ancora la traccia dei suoi movimenti in ogni stanza.
tutto il feticismo dei suoi oggetti in casa quando non c'è mi fa sorridere perfino la domenica pomeriggio.
la chitarra sul divano sa di non essere al posto giusto, ma sa anche che avendomi regalato la destrezza del primo rif della mia vita non le direi niente.
gli occhiali sul tavolo rischiano la loro vita ad ogni mio movimento, esattamente come l'ipad che è sempre dove non dovrebbe essere.
e il mac che si apre da solo, i quadri appena appesi dritti sul muro storto, gli accendini che sono ovunque, ma mai quando gli servono. e la tazza azzurra, il diapason, le cicche e tutti quei minuscoli particolari che portano ancora la traccia dei suoi movimenti in ogni stanza.
tutto il feticismo dei suoi oggetti in casa quando non c'è mi fa sorridere perfino la domenica pomeriggio.
domenica 21 aprile 2013
narrazioni
io me la ricordo mia nonna che ci parlava della guerra.
me la ricordo come fosse ora che raccontava, con la sua tagliente ironia, il quotidiano delle cose piccole dando a racconti di momenti drammatici la leggerezza della sua giovinezza.
ad oggi pensando a quei tempi viene l'angoscia. ci si concentra sulla fame, le bombe, la povertà, la paura. ma questo perchè così ce lo hanno descritto nei film e nei libri di storia. e questo sicuramente per molti è stato. eppure dai racconti di mia nonna non erano questi gli umori rilevanti. non che fosse pazza, ma era creativa mia nonna. dalle sue parole napoletane perfino la carestia diventava una barzelletta. c'era nel romanzo della loro guerra la fila per il pane, ma il ricordo era legato al fatto che mia zia dora, la sorella piccola, veniva convinta dai fratelli a stare ore in fila anche per loro. "perchè tanto era bella e la facevano passare avanti". le sirene per le bombe e le corse dentro a montesanto erano il pensiero di non star vestita abbastanza bene: che sei poi incontrava il nonno, mica poteva scendere scomposta!? e poi c'era pure il coprifuoco! quello era l'intervento del nonno, però, che con il coprifuoco delle otto ci ha imparato il tedesco. per andare a fare "all'ammore" con mia nonna, lui faceva sempre tardi e ai tedeschi che lo fermavano doveva riuscire a spiegare le quesioni di cuore che erano dietro a quell'infrazione. e ridevano mentre raccontavano le cose loro due, "eldù ti ricordi quella volta.."eh lillì quanno maj ...era accussì..." e ridevamo tutti. la nausea per le patate mio nonno le aveva ancora quando raccontavano il romanzo della loro giovinezza, la fame, loro l'avevano vissuta. eppure quei racconti ironici, leggeri sono stati per me il più grande di tutti gli insegnamenti che mi hanno lasciato.
io non lo so come in concreto li hanno vissuti quei momenti assurdi. sono ben consapevole che l'edulcorazione dei ricordi ammortizza l'angoscia dell'istante, ma a noi nipoti, almeno nella mia testa di bambina quello che è rimasto è che perfino la guerra, vissuta nella valorizzazione delle cose piccole e degli affetti veri finisce per non fare paura. una crisi è una crisi se la vivi come tale, diversamente è una opportunità per darsi obiettivi concreti. mia nonna ha comprato il salottino d'epoca che adorava quando non avevano i soldi per mangiare. mio nonno studiava ancora e avevano già i figli. eppure lei a quel salottino non ha rinunciato. ma non ha fatto debiti, non ha fatto cazzate, ci ha creduto e basta. ha creduto che il brutto momento sarebbe passato e che il marito si sarebbe laureato e avrebbero avuto i soldi per il suo salottino. e convinse il negoziante a metterlo da parte. così, sulla parola. sulla speranza. ci ha messo due anni, se non ricordo male. ma il salottino è rimasto così come lei lo ha voluto fino ad oggi. memento del suo straordinario modo di vedere le cose. e poi mio nonno e la sua passione viscerale per napoli e per il suo lavoro. sento la sua voce che mi ripete: "eh, a nonno, la cultura non paga!". così damblè mentre eravamo a tavola o in altri momenti improbabili il suo flusso di pensieri usciva dalla bocca. e io lo guardavo e non gli credevo. non gli ho mai creduto a quella cosa lì della cultura. perchè era una cosa sola lui e i suoi libri e a me sembrava ap-pagato, decisamente molto ap-pagato tra le sue carte. e quei pazzi sognatori a me oltre il divano su cui sto scrivendo queste righe mi hanno lasciato l'assurda viscerale voglia di crederci che le cose alla fine sono belle. che come te le racconti può cambiare decisamente la realtà. che il rumore delle sirene per le bombe può essere la colonna sonora di una stroria d'amore e non in un film, nella vita vera.
mi hanno insegnato a sognare quei due folli. e ancora peggio, a crederci pure nei miei sogni ipertrofici.
e poi lui sta suonando una musica che tranquillizza la mia mente irrequieta. e mi fa star bene.
e poi napoli mi ha regalato il sole mentre era prevista pioggia.
il resto è storia, ma non quella dei libri e dei telegiornali.
me la ricordo come fosse ora che raccontava, con la sua tagliente ironia, il quotidiano delle cose piccole dando a racconti di momenti drammatici la leggerezza della sua giovinezza.
ad oggi pensando a quei tempi viene l'angoscia. ci si concentra sulla fame, le bombe, la povertà, la paura. ma questo perchè così ce lo hanno descritto nei film e nei libri di storia. e questo sicuramente per molti è stato. eppure dai racconti di mia nonna non erano questi gli umori rilevanti. non che fosse pazza, ma era creativa mia nonna. dalle sue parole napoletane perfino la carestia diventava una barzelletta. c'era nel romanzo della loro guerra la fila per il pane, ma il ricordo era legato al fatto che mia zia dora, la sorella piccola, veniva convinta dai fratelli a stare ore in fila anche per loro. "perchè tanto era bella e la facevano passare avanti". le sirene per le bombe e le corse dentro a montesanto erano il pensiero di non star vestita abbastanza bene: che sei poi incontrava il nonno, mica poteva scendere scomposta!? e poi c'era pure il coprifuoco! quello era l'intervento del nonno, però, che con il coprifuoco delle otto ci ha imparato il tedesco. per andare a fare "all'ammore" con mia nonna, lui faceva sempre tardi e ai tedeschi che lo fermavano doveva riuscire a spiegare le quesioni di cuore che erano dietro a quell'infrazione. e ridevano mentre raccontavano le cose loro due, "eldù ti ricordi quella volta.."eh lillì quanno maj ...era accussì..." e ridevamo tutti. la nausea per le patate mio nonno le aveva ancora quando raccontavano il romanzo della loro giovinezza, la fame, loro l'avevano vissuta. eppure quei racconti ironici, leggeri sono stati per me il più grande di tutti gli insegnamenti che mi hanno lasciato.
io non lo so come in concreto li hanno vissuti quei momenti assurdi. sono ben consapevole che l'edulcorazione dei ricordi ammortizza l'angoscia dell'istante, ma a noi nipoti, almeno nella mia testa di bambina quello che è rimasto è che perfino la guerra, vissuta nella valorizzazione delle cose piccole e degli affetti veri finisce per non fare paura. una crisi è una crisi se la vivi come tale, diversamente è una opportunità per darsi obiettivi concreti. mia nonna ha comprato il salottino d'epoca che adorava quando non avevano i soldi per mangiare. mio nonno studiava ancora e avevano già i figli. eppure lei a quel salottino non ha rinunciato. ma non ha fatto debiti, non ha fatto cazzate, ci ha creduto e basta. ha creduto che il brutto momento sarebbe passato e che il marito si sarebbe laureato e avrebbero avuto i soldi per il suo salottino. e convinse il negoziante a metterlo da parte. così, sulla parola. sulla speranza. ci ha messo due anni, se non ricordo male. ma il salottino è rimasto così come lei lo ha voluto fino ad oggi. memento del suo straordinario modo di vedere le cose. e poi mio nonno e la sua passione viscerale per napoli e per il suo lavoro. sento la sua voce che mi ripete: "eh, a nonno, la cultura non paga!". così damblè mentre eravamo a tavola o in altri momenti improbabili il suo flusso di pensieri usciva dalla bocca. e io lo guardavo e non gli credevo. non gli ho mai creduto a quella cosa lì della cultura. perchè era una cosa sola lui e i suoi libri e a me sembrava ap-pagato, decisamente molto ap-pagato tra le sue carte. e quei pazzi sognatori a me oltre il divano su cui sto scrivendo queste righe mi hanno lasciato l'assurda viscerale voglia di crederci che le cose alla fine sono belle. che come te le racconti può cambiare decisamente la realtà. che il rumore delle sirene per le bombe può essere la colonna sonora di una stroria d'amore e non in un film, nella vita vera.
mi hanno insegnato a sognare quei due folli. e ancora peggio, a crederci pure nei miei sogni ipertrofici.
e poi lui sta suonando una musica che tranquillizza la mia mente irrequieta. e mi fa star bene.
e poi napoli mi ha regalato il sole mentre era prevista pioggia.
il resto è storia, ma non quella dei libri e dei telegiornali.
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