vedo attorno a me tanti piccoli sudditi della regina rossa, impegnatissimi a correre come pazzi, senza spostarsi nemmeno di un microscopico, piccolo, insignificante, centimetro.
corrono tutti come disperati, semplicemente per non restare indietro.
e qualcuno, ancor più audace e illuminato, finisce per correre il doppio con l'obiettivo di spostarsi, alla fine, solo un po' più in là. ed essere così al di là dell'al di qua, che non si sa sostanzialmente bene dove sia.
guardato dal di fuori tutto questo accanimento agonistico non è un bel vedere.
dall'altro lato dello specchio di alice, questa maratona priva di logica non sembra assurda tanto nell'atto in sé, quanto nell'ingenua e ossessiva omologazione all'inutilità.
irritante tautologia esistenziale per cui si finisce per correre solo perché si è in corsa. per il resto, spallucce. tant'è.
e via.
corri, forrest.
personalissimamente, ho una vertigine di estraneazione e il mio piccolo omino del cervello ha ceduto all'irresistibile voglia di dissentire dalla pratica orgiastica dell'omologazione al nulla.
mi si perdoni, ma io mi fermo un turno.
e guardo tutti questi infiniti piccoli atleti correre verso nessuno sa cosa.
sia chiaro che nemmeno io lo so dove voglio andare. e non lo sa il mio omino. e non mi sento più brillante degli altri a dissentire contro l'argomentazione diffusa dell'ineluttabilità dei tempi e degli eventi.
ho dalla mia che so molto bene con chi voglio viaggiare e so altrettanto bene che nell'ovunquesia si arrivi, vorrò stanziarmici con un infinito sorriso idiota sulla faccia da regalare al mio straordinario sparring partner.
per viaggi così tutto comincia semplicemente
fermandosi e respirando.