mercoledì 24 luglio 2013

corri, forrest.

« Ora, in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto» (carroll)


vedo attorno a me tanti piccoli sudditi della regina rossa, impegnatissimi a correre come pazzi, senza spostarsi nemmeno di un microscopico, piccolo, insignificante, centimetro. 
corrono tutti come disperati, semplicemente per non restare indietro.
e qualcuno, ancor più audace e illuminato, finisce per correre il doppio con l'obiettivo di spostarsi, alla  fine, solo un po' più in là. ed essere così al di là dell'al di qua, che non si sa sostanzialmente bene dove sia.
guardato dal di fuori tutto questo accanimento agonistico non è un bel vedere.
dall'altro lato dello specchio di alice, questa maratona priva di logica non sembra assurda tanto nell'atto in sé, quanto nell'ingenua e ossessiva omologazione all'inutilità. 
irritante tautologia esistenziale per cui si finisce per correre solo perché si è in corsa. per il resto, spallucce. tant'è. 
e via. 
corri, forrest.
personalissimamente, ho una vertigine di estraneazione e il mio piccolo omino del cervello ha ceduto all'irresistibile voglia di dissentire dalla pratica orgiastica dell'omologazione al nulla.
mi si perdoni, ma io mi fermo un turno. 
e guardo tutti questi infiniti piccoli atleti correre verso nessuno sa cosa.
sia chiaro che nemmeno io lo so dove voglio andare. e non lo sa il mio omino. e non mi sento più brillante degli altri a dissentire contro l'argomentazione diffusa dell'ineluttabilità dei tempi e degli eventi.
ho dalla mia che so molto bene con chi voglio viaggiare e so altrettanto bene che nell'ovunquesia si arrivi, vorrò stanziarmici con un infinito sorriso idiota sulla faccia da regalare al mio straordinario sparring partner. 

per viaggi così tutto comincia semplicemente 
fermandosi e respirando.

domenica 9 giugno 2013

legittimo impedimento.


mi avvalgo a pieno titolo della facoltà di assentarmi dalla pazienza esistenziale.
perché togliere ad una vegetariana carboidrati, zuccheri, latte e derivati dalla propria dieta è tragico ed ironico come chiedere ad un bimbo di non mangiare i dolci della calza alla befana.
la saluteprimaditutto, è sacrosanta.
i vaffanculosubitodopo, il minimo sindacale.

sabato 8 giugno 2013

quattromenoventi.

alle tre del mattino non c'è niente di peggio che sapere che sono le tre del mattino.
perché se alle tre e diciassette del mattino sai che sono le tre e diciassette vuol dire che non stai dormendo e se tra quattro ore dovrai essere sveglio la cosa diventa oltremodo irritante.
la testa scoppia, i pensieri si accavallano, la convinta posizione snob e retrò  di non avere la televisione in casa si rivela in tutta la sua fragilità e viene revisionata alla luce del neonato autogoal di una tortura insonne. perché a quest'ora la rete è noiosa e lo streaming richiede una proattività che non concederesti nemmeno ad una vera emergenza. perché alle tre e venticinque del mattino l'unica cosa che emerge è la consapevolezza che stanotte tu e morfeo non vi incontrerete molto facilmente. e pensarci non fa che peggiorare la situazione. e il vino bevuto non aiuta. e le parole dette non coprono i pensieri pensati. e poi c'è tutto quello che si mette in quel punto dove la testa prende posto sul collo, che è lì che c'è l'area delle overdose cerebrali, secondo me.
quando quello che c'è è inadeguato a misurarsi con quello che serve la notte non ha riposi da regalare, così l'unica soluzione alle quattro meno venti del mattino è sentire ininterrottamente Michelle Featherstone.


domenica 2 giugno 2013

not in my brain

il mio cervello si dissocia.
si dissocia da tutto questo nichilismo.
si dissocia dall'esubero d'ansia che attanaglia questo tempo e questo spazio.
si dissocia dall'inconsistenza del demandare ad altri ruoli ed altri luoghi la propria responsabilità a vivere bene.
siamo la generazione fantasma.
non esistiamo perché siamo impegnati a capire il futuro che non c'è di quale passato vorrà vantarsi.
e ce ne andiamo, noi. ce ne andiamo dalle nostre vite.
speriamo nell'oasi di altri spazi e umori, meno logori e meno inconsistenti, dove andare a racimolare un po' di presente. e lo facciamo senza falsi miti, costretti come siamo a girare annichiliti con la frustrazione nelle tasche di quella ingombrante assenza del proprio sé, incastrato nelle radici recise ad un futuro vista mare.
chi parte pensa al calore che ha perso.
chi resta pensa al futuro a cui ha rinunciato.
nessuno vince, nessuno perde. sopravvive chi si ritaglia ora dopo ora il proprio metro quadro di bellità nelle priorità che si è dato per il presente.
vince chi si rifiuta di pensare che sia davvero tutto qui.
tanto è un gioco a somma zero quello della generazione fantasma, in cui non c'è più l'uomo tigre a combattere contro il male, né il grillo parlante a suggerire le risposte giuste. è un gioco d'intelligenza per cui non vince il più veloce, ma chi ha più pazienza.
ed è per questo che il mio cervello non ne vuole più sapere di tutta questa sciarada.
non c'è un rompicapo che valga il mio tempo. in qualunque tempo e modo voglia essere declinato quel qualunque contro-tempo che non mi permetta di ridere bene nel mio ora.

lunedì 20 maggio 2013

l'arte del disequilibrio

nei periodi di maremoto non ha molto senso cercare la riva. arrivarci sarebbe ugualmente impossibile.
sembra più sensato imparare a cavalcare le onde e trovare nuove abilità di equilibrio nel disequilibrio.