i pomeriggi invernali da fnac, sono una vera e propria esperienza esistenziale, un acquario sociologico come solo in un areoporto puoi trovare. perdonandomi una qualunquistica generalizzazione ed una improvvisa ondata di snobismo, ho trovato nelle mie varie osservazioni numerose ricorrenze. ma la categoria che oggi ho preferito è quella delle coppie che una misteriosa forza centrifuga porta dalla periferia alla collina. è una precisa serie di donne che si fanno il french (e se c'è il gel sulle unghie è ancora meglio) con i loro uomini, definibili unicamente come "quelli che stanno con le donne che si fanno il french". da fnac, l'homo in questione lo trovi attaccato alle vetrinette del reparto tecnologie a monitorare dettagli improbabili che "fanno la differenza" o con le cuffione di cortesia ad ascoltare musica intellettuale urlando senza accorgersene testi con parole rigorosamente sbagliate. lei, la padrona, la ragazza-french, possibilmente vestita stile-artigli per la passeggiata del giorno di festa, si intrattiene davanti le copertine dei libri che comprerà solo se sufficientemente conosciuti da poter essere snocciolati in occasione di conversazioni tra amici, ma abbastanza leggeri da essere letti veramente nel caso sventurato di inciampare in qualcuno che lo conosca davvero. unico obiettivo guadagnare l'agognata etichetta di "una che legge" (che non si dica che la donna-french non ci tenga alla cultura, anzi alla Kultura). generalmente la coppia in questione dimentica presto gli originali nomi di battesimo, appellandosi reciprocamente semplicemente con "amò", ma non nel contesto pubblico metropolitano, dove rigorosamente si parla solo italiano, nel qual caso l'amò diventa amore, con una cadenza maldestramente forzata. la maggior parte del poco tempo lontani sarà impegnata a monitorarsi a vicenda, per evitare un'improvvisa (e decisamente fuori target) autonomia del partner. dopo pochi minuti di approfondito studio dei differenti interessi, lo sguardo possessivo e lo stridulo richiamo di lei alla base, aziona il rientro per i nostri eroi. nessuno dei due, generalmente, compra nulla, ma escono soddisfatti e acculturati dalla visita al museo della modernità, essendosi assicurati un gruzzolo di argomentazioni per le prossime conversazioni con altre coppie french, su libri non letti e tecnologie non comprate.
venerdì 6 gennaio 2012
giovedì 5 gennaio 2012
debolezze
e bastano ventiquattro ore, la saggezza di un'amica che ti conosce da sempre, la città che ti stimola semplicemente camminandoci dentro, una bella canzone, il rumore delle porte della funicolare, un aperitivo con vino e chiacchiere, un bel film, una macchina d'altri tempi con dentro le risate degli amici, perché le paturnie lascino il posto alla leggerezza. non sarà più facile, ma sarà quello che so fare meglio, prendere il meglio e farne qualcosa di stupendo. e ci saranno ancora altre paturnie, ci saranno altri sogni assassini, altre notti di stanchezza e giorni di incertezze. ma poi torneranno l'ottusa perseveranza a sognare lo stesso e la voglia di vederlo quell'essenziale, invisibile agli occhi stanchi di adulti disillusi. perché l'unico insuccesso che si può rimpiangere veramente è quello di non averci creduto che bello è possibile.
mercoledì 4 gennaio 2012
martedì 3 gennaio 2012
e le paturnie.
perchè per quanto uno vuole essere ogni giorno la versione potenziata dell'incrocio perverso tra polliana e wonder woman, diciamocelo, i giorni di merda arrivano. quelli in cui magari non è che sia successo qualcosa di particolarmente grave, ma semplicemente le spalle non sono poi così forti da reggere tutto il cataclisma di continui problemi che una qualunque persona può tollerare nell'arco di un certo periodo della propria vita. sono quei giorni in cui l'ottimismo ha più il sapore di un accanimento terapeutico e semplicemente lapalissiano ed ottuso non sense. quei giorni lì, vorresti solo sfanculare a caso quello o chi hai sotto tiro e sinceramente usare l'altro nome che le cose hanno, con la goduria che l'espressione della violenza verbale porta con sè. chiamare il collaboratore domestico cameriere, il precariato disoccupazione, il monolocale che ti dovrebbe ospitare (e che, di fatto, nemmeno potresti permetterti) topaiadimerda. sono quei giorni in cui i chili inspiegabilmente affezionatisi al tuo giro vita da qualche mese, sono immense pieghe di grasso che ti fanno sembrare una balena e non "finalmente una donna" come vogliono farti credere; il lavoro alternativo al servizio della cultura è solo una perversa forma di masochistico schiavismo malamente ripagato o non pagato, per lo più del tutto inutile all'umanità intera; l'indipendenza pretesa, contesa e difesa contro esterni e estranei tentativi di condivisione, ha tutta l'aria di una punizione autoinflitta per un'oscura e perversa incapacità al lasciarsi accudire. quei giorni lì sono giorni in cui la sorte ti è talmente poco amica che non hai nemmeno la scusa degli ormoni a giustifcare la tua ira funesta contro quelle catene di eventi che portano le tue giornate ad essere sempre troppo faticose e i tuoi progetti mai veramente progettabili per una vita che diversamente forse ti annoierebbe, ma magari non sarebbe sempre così ingiustificatamente faticosa. quei giorni lì vorresti solo ossessivamente e compulsivamente fare una cosa che per un briciolo di dignità e frazioni di buon senso non fai, ma non per la tua vita di merda travestita da romantica attitudine al fatalismo, semplicemente per evitare che la tua giornata già di merda lo diventi ancora di più nell'autocelebrazione della tua ormai assodata ed irrevocabile stupidità.
fortunatamente anche le giornate di merda arrivano a mezzanotte.
fortunatamente anche le giornate di merda arrivano a mezzanotte.
lunedì 2 gennaio 2012
e quel complesso a tonalità affettiva
il sogno della prima notte del primo giorno dell'anno è stato un sogno strano, ma prevedibile. familiare, nonostante tutto. un contenuto inconscio maldestramente rimosso, appagamento di un desiderio ragionevolmente occultato. lo accetto, sorrido. ne conosco l'origine. e penso ad alcune letture su questioni di cicatrici. delle mie ne faccio decorazioni. come tatuaggi nella mente, ornamenti. e c'era pure mia nonna, nel sogno. e sorrideva molto. e anche io, sorridevo. anzi no, io no. non sorridevo, io ero proprio felice. come quando pensi che così tanta felicità non ci può entrare in un cuore così piccolo. poi ti svegli. ed era solo un sogno. sorridi lo stesso e pensi che forse è un po' stupido avere ancora certi sogni nella testa. ma pensi anche che per lo meno i sogni, quelli della notte, puoi lasciare che siano irragionevoli.
anche a trentunanni.
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