mercoledì 17 novembre 2010

Il futuro condizionale

il nostro tempo ci ha regalato un nuovo tempo, misurabile solo con un quadrante analogico senza lancette o con una clessidra senza sabbia o in percentili di un totale che non fa cento: il futuro condizionale. con spontanei ed imprevedibili latinismi ci destreggiamo in ipotetiche dell’irrealtà descrivendoci in progettualità il più delle volte inconsistenti. perchè ci hanno allevato a spot e sogni e ci troviamo, belli come solo gli OGM sanno essere, con poco altro oltre quei sogni ed ossessivi jingle nella testa. ci hanno allevato alla perifrastica: mai abbastanza pronti a definirci nel presente, gerundiamo nell’intenzionalità di quello che un giorno, forse, sarà il presente. ma allora, certamente, ci sarà un altro condizionale da declinare. perché costruire nella flessibilità è la skill che ci chiedono già in ostetricia quando ad aspettarci fuori dalla pancia della mamma c’è non si sa più con certezza chi. è la nostra nuova specializzazione a cui nessuno pare volersi iscrivere. è l’ingegneria della liquidità la nostra competenza più importante da quando la terra sotto i piedi ha preso a muoversi come un tapis roulant impazzito. a restar saldi ci si sente folli. in questo continuo fluire di possibilità in divenire. imparare a camminare a carponi quando tutti corrono ed imparare a star zitti quando tutti parlano. à rebour, la soluzione.

io, nel frattempo continuo ad esercitarmi ogni mattina a pensare ad almeno sette cose impossibili. chissà che magari,un giorno forse.

domenica 14 novembre 2010

e lei fra di noi.

avevamo deciso di farci un bagno.
non ci capita spesso di avere la vasca a disposizione.
così, all'improvviso, è stato un tutt'uno il pensiero con l'azione. abbiamo interrotto damblè le nostre attività e siamo andati a prepare un rilassante e fumante bagno caldo pieno di schiuma e candele profumate.
l'odore morbido del muschio bianco, il rumore carezzevole dello scroscio dell'acqua, il vapore bollente che appanava gli specchi. tutto perfetto.
ho cominciato a spogliarlo, lentamente e distrattamente. non pensavo a nulla. solo a quel momento di totale e meritato abbandono.
l'acqua calda, la testa vuota, le creme profumate. il solo desiderio di dedicargli un po' di tempo e un po' di attenzioni. mai abbastanza, per lui che mi sopporta. mai abbastanza, per lui che mi accompagna.
non so precisamente come siamo arrivati a quel punto. non ricordo come sia potuto accadere che il più bel massaggio di sempre sia degenerato così.
non so com'è capitato che sia arrivata lei a rompere l'idillio. inaspettata, indesiderata, ingombrate. lui non me ne aveva mai fatto accorgere prima. complice, forse, quel tugurio omertoso, non mi ero mai accorta della sua presenza. eppure lei c'è, ora lo so.
lui
l'ha portata tra di noi.
lei, la cellulite, ha instaurato una relazione complicata con lui, il mio corpo.
ed ora tra noi tutto è cambiato.
solo la somatoline, forse, potrà salvare la nostra già contorta relazione.

lunedì 1 novembre 2010

Lin Sogna

ci sono notti che la notte non riesci a dormire.
non c'è un motivo, non c'è un pensiero.
semplicemente è la notte che vuole compagnia.
e tu non puoi far altro che restare lì con lei.
le notti così è inutile stringere gli occhi sperando che incastrino il sonno.
le notti così devono solo trascorrere.
e quella stanchezza che si poggia tra testa e le pupille puoi solo massaggiarla con la calma di chi ha tutto il tempo. perchè la notte, quando non vuole dormire, dilata il tempo, rallenta il ritmo e moltiplica i pensieri.

e quei sogni che non volevi sognare restano svegli con te,
così li puoi controllare.


domenica 31 ottobre 2010

e il buio prima.

a me l'ora solare non piace.
non mi piace che faccia buio prima e non mi piace l'inverno.
ho freddo. e a me non piace avere freddo.
per cui contesto. contesto il buio ed il freddo.
perchè il buio prima, proprio no, non lo riesco a sopportare.
lui e quell'intollerabile freddo che mi raffredda i pensieri.

sabato 30 ottobre 2010

contro l'immobilità. e altre storie di viaggi e scoperte.

ancora un viaggio. ancora una meta che è solo una scusa per farlo un viaggio nuovo. per trovarlo un percorso da percorrere alla ricerca di nuovi sè, di nuovi se e di nuovi forse. cercarlo il modo per andarlo a trovare lontano quello che vuoi ti abiti nella testa. per pronunciarle in un'altra lingua le parole da scrivere nel tuo racconto, anche ripercorrendo vecchie strade con scarpe e pensieri inconsueti, se capita o se è necessario. e se inattesi rigurgiti di indigesti malesseri distraggono dal decollo, questo non vuol dire che la macchia sia indelebile nè che l'atterraggio non sia ugualmente garantito. perchè a viaggiare impari che quando lo cominci, quel viaggio lì, da qualche parte arrivi sempre ed è per questo che in valigia devi metterci solo una dose interminabile di leggerezza ed una indefinita di serendipità. unici accessori indispensabili in quei viaggi con la meta nota e la strada sconosciuta: testa vuota e occhi attenti. è così che riesci a riempirti di momenti speciali. è così che trovi lo spazio per ricostruire la tua meta, con piccoli pezzi di nuovi modi di vederlo il mondo. con gli occhi di compagni di viaggio che ti guardano come tu non potevi sapere che ti avrebbero guardato: con sincronicità. con gli occhi di nuovi mondi che si accavallano al tuo riempiendolo di nuovo e di leggero. perchè il tempo senza tempo che scandisce il viaggio ti svuota del superfluo e ti lascia in mano e nella mente solo l'essenziale, quell'essenziale che non ha bisogno di storia perchè è fatto di momenti contestuali ed accidentali. e non ci sono parole per raccontarli i momenti come quelli, i momenti di quel viaggio nella città della birra nera, i momenti di risate e di nulla. quel nulla che ti fa sentire nel posto in cui dovevi essere esattamente a quel punto del tuo tragitto. il tuo tragitto, quello che ha fatto dei giri immensi per arrivare ad incastrarsi con quello di qualcun altro, con la voglia ed il bisogno di presenza che incontrano la voglia ed il bisogno di esserci in quell'assenza, di riempirla con quel sè che si sta portando in giro a conoscere la vita. e ne vorresti lasciare un po' di quel tuo te che stai allevando, barattarlo con quegli altri sè che in parallelo cercano proprie evoluzioni e personali adattamenti. tutto in un miniappartamento su un fiume irlandese con un camino finto ed una poltrona rotta, che diventa testimone di esplorazioni emotive e adattamenti cognitivi, diventa alcova di pensieri in perifrastica e conversazioni al futurese. un miniappartamento con letti a castello e pensieri sussurati alla notte perchè il giorno non se ne accorga. e gli arrivederci al sapore di addio che ti mettono addosso la voglia di ripartire prima di arrivare, testimoni di una magia riuscita, di una condivisione assicurata, di una cura ritrovata.

La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili.
William Burroughs