martedì 9 gennaio 2018

puntuale come ogni anno arriva l'anno nuovo.

per una serie di circostanze non ho avuto il tempo di salutarlo per bene l'anno vecchio e questo qui si è presentato già bello insediato, mentre i miei trentasette anni si insinuavano nella mia biografia, mantenendo un basso profilo ed alte aspettative.
ma comunque, anche senza di me, puntale come ogni anno è arrivato anche quest'anno, l'anno nuovo.
un duemiladiciotto che già ho cominciato a caricare di grandi responsabilità, perché possa essere al passo del suo predecessore, tutto dedicato a cose nuove e cambiamenti che ora devono solamente essere messi a regime e trovare un posto comodo nella vita quotidiana e nella mente affollata.
ho le rughe e questo mi diverte e ad ognuna potrei dare un nome.
rispolvero per quest'anno nuovo una determinazione d'antica data, con l'aggiunta di una carica che la maternità mi ha messo in mano come una bomba ad orologeria e una calma che cinque anni fa mi fu regalata da una barba che non ho più lasciato andare. spero che lui, il duemiladiciotto, sia all'altezza delle mie energie che sono ricaricate da quelle instancabili di una Alice Zoe che è esattamente come avrei voluto che fosse. e non mi frega niente se è merito, proiezione o coincidenza, ma lei è talmente sveglia e intensa che a me piace molto pensare di voler essere alla sua altezza.
il che vuol dire che ho ancora un infinito lavoro da fare.


aria strana.

certe sere la senti con tutta la sua consistenza l'aria strana.
la senti come i vestiti che ti si attaccano addosso e i capelli che sembrano essere lì solo per farti un dispetto. perchè quando l'aria è strana il tuo corpo non collabora con interesse. le gambe non reggono il peso e le braccia sono pesanti ed inutili. l'aria strana ti fa venir voglia di indossare quelle tute degli astronauti e sentirti goffo per qualcosa che metti e non per qualcosa che sei.
e a me escono sempre più parole del necessario in periodi così. mi escono più parole e più pensieri di quelli che il mondo può tollerare.
ma con l'età ho imparato a tenerli per me.

un senso ce l'avrà.

chissà perchè è sempre rimasto in bozze e non ha mai avuto una fine. gli faccio prendere un po' d'aria mentre salvo in bozze i pensieri di oggi che sono troppo spettinati per incontrare il pubblico.


quando chiusi con Lostraniero impiegai una settimana ad elaborare il lutto.
il lunedì ero depressa, il mercoledì ragionevole, il sabato impacchettavo le chiavi da reinviargli a quella che continuava a chiamare la nostra casa.
ancora per qualche giorno sentivo la mancanza dell'odore di quella casa madrilena e un po' di nostalgia della sicurezza che mi dava la sua voce.
risolveva problemi Lostraniero e vivere con lui per nove mesi mi aveva reso una donna quasi normale. voleva dei figli e comprava sempre più cibo del necessario. avevamo le scorte come fossimo una famiglia. ci sembravamo quasi, una famiglia. incastravo credibilità in un gioco di ruolo. proprio come quando da piccola giocavo a bambole grandi e non tolleravo il bambolotto fuori misura di mia sorella. ma lì, in Vallecas, c'era quel particolare diventato sempre più ingombrante, più delle scorte di cibo. quel fatto che le cose che avevo in testa non gli interessavano più di tanto. quando provavo a condividere alcuni pensieri vedevo materializzarsi una ruga sulla sua fronte, ad incorniciare uno sguardo attento. perchè ci provava ad ascoltarmi, anche se non aveva chiaro perchè fosse importante per me condividere, aveva imparato ad impegnarsi. sempre molto apprezzato quell'impegno lì. solo che in quei momenti avevo l'assoluta certezza che non avesse la più pallida idea del perchè perdevo tanto tempo a pensare cose così inutili. a volte mi veniva voglia di pensare che avesse ragione.
quando, invece, chiusi col calvo la prima settimana stavo ancora cercando di capire se avevamo chiuso davvero. e sono convinta che il problema fosse che quella ruga non gliel'ho mai vista uscire.
forse perchè con lui non ho mai convissuto. forse perchè con lui non ci sono nemmeno mai stata, in realtà. quindi il tempo di fare scorte di cibo non l'ho mai avuto. d'altronde non credo ne avremmo mai fatte, nè voluto farne. qualche bottiglia e tante parole a caso erano nutrimento sufficiente. volendo essere ragionevoli era una cosa irragionevole. ma non è che mi andasse oltremodo ragionare, in verità. avevo solo l'assoluta certezza che lui sapesse perfettamente quanto fosse utile per entrambi passare tanto tempo a pensare cose inutili. e a volte mi veniva voglia di pensare che avesse torto.
eppure quando chiusi con lui senza aver mai veramente aperto non mi mancavano cose. non avevo odori da ricordare nè chiavi da restituire. mi mancava solo lui. nonostantettutto.
era tutto molto diverso dalla mia vita precedente, quella da cui scappavo quando arrivai in Vallecas e quella che non c'era più quando tornai. una normalissima vita che avevo impiegato dieci anni a fuggire per poi non riuscire a chiuderla nemmeno se era lei a non volermi più dentro.
dalla mia vita precedente non mi sono mai licenziata, sono scappata, quando non c'era più niente di me dentro. in realtà per le mie condivisioni non c'era stato spazio nemmeno lì probabilmente.
ma ci avevo messo più di dieci anni a capirlo e diversi vasi irrimediabilmente rotti. per fortuna.
così quando arrivò lui, avevo finalmente posto per qualcuno oltre me.

un anno fa.

oggi  un anno fa oggi la fine degli esami sembrava lontana anni luce, il monolocale al centro puzzava di muffa, fumavo ancora, sentivo a ripetizione la canzone di gotye, ero più abbronzata di ora, mangiavo tante patatine ed ero invischiata in pantani emotivi che facevano di me la fiera espressione dell'incoscienza sentimentale che si può raggiungere nei pantani amorosi.
non avevo ancora incrociato la parte più rilevante di quello che sarebbe stato il mio futuro anno e perdevo la testa dietro un saggio che attualmente è sul mio desktop ultimato.
mi capita spesso di fermarmi a pensare a quello che un anno addietro stavo facendo questo stesso identico giorno. e guardarmi indietro un anno addietro, quest'anno quello che vedo è molto curioso.

domenica 24 dicembre 2017

natale

la parte di me anticonvenzionale lo sa che tutta la manfrina delle feste ha un retrogusto di  superfluo e che non è il natale o l'inizio dell'anno che realmente possono dare peso specifico a dei cambiamenti o a delle riflessioni esistenziale venate di teleologia.
in realtà lo sa anche quella parte più convenzionale, a cui la roba del natale e delle tradizioni piace inspiegabilmente sempre di più, con il passare degli anni.
che si sappia oppure no, che lo voglia oppure no, per me il natale è il momento per far quadrare il cerchio. sarà che durante le feste compio gli anni, sarà che da quando ci sono i bambini è anche tornato babbo natale. sarà, anzi è, che natale è la panettonata della vigilia e di tutte quelle altre piccole tradizioni che negli ultimi venti anni hanno trasformato degli amici in una famiglia. pura magia, che fa da cuscinetto esistenziale tra un sorriso di circostanza ed un messaggio controvoglia.
costruire delle tradizioni attorno ad una magia così è essenziale per arrivare alla fine del cerchio potendo montarsi un sorriso vero attorno a vari buon natale ordinari.